Saluti da Rimini, i manifesti e le cartoline balneari nella tradizione della Riviera romagnola

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detta come va detta, la stragrande maggioranza dei riminesi non è che sia molto attenta a certe cose, specialmente se si tratta di arte legata all’illustrazione e che smuove la massa.
persino io che di arte dovrei masticarne ogni giorno, sedevo bellamente ai tavolini del Bar Vecchi nel borgo San Giuliano a farmi altamente i fatti miei tra la scorsa della Gazzetta e i quotidiani locali e, guardandomi intorno terminate le mie letture, mi accorsi del nuovo manifesto balneare disegnato da ERON nel 2011, campeggiare in uno di quei riquadri di ferro pubblicitari ai lati dei marciapiedi e che nessuno guarda mai, sorprendendomi, addirittura che lo avessero divulgato per la città. che poi, “per la città”, lo vidi solo lì è un altro discorso.
la faccenda Saluti da Rimini: le cartoline di Cattelan invece ha creato un alito di dibattito e argomentazione che, bisogna ammetterlo, sdraiati sotto l’ombrellone o al bar del 18 a giocare a burraco – e finito il campionato – correva il rischio di non esserci, perso nell’afa e nel tedio del dolce far niente.
detta come va detta, l’inaugurazione del Barrumba fa sempre più mondanità che non la presentazione del nuovo manifesto balneare di Rimini.
riminesi che si interessano a queste cose ce ne sono, naturalmente, però è anche vero che, come in tutte le città, c’è anche tanta gente a cui questa faccenda, detta a modo mio, non gliene frega un emerito cazzo.
la faccenda Cattelan in me ha provocato un moto di piccolo tsunami interno e sorpresa.
sorpresa perché mi sorprende sempre che qualcosa legato all’arte a Rimini abbia creato materia di discussione, perché quando pensi a Rimini l’ultimo dei binomi possibili che ti viene in mente è l’arte; sorpresa perché accidenti, per una volta che non si parla di schifezze politiche, butta via; sorpresa perché in realtà i manifesti balneari a Rimini sono una tradizione longeva e sono stati commissionati da gente che altro che quella merda di Cattelan ma artisti, pittori, illustratori che a Cattelan danno il giro cinquecento volte. sono talmente “tradizione” che pensate a quelli della Festa de Borg e ditemi se osservandoli esposti (vi ricordate quell’edizione nella quale Vecchi li aveva appesi, tra gli altri, e si potevano ammirare i manifesti originali dell’epoca?) non ne avreste voluto uno anche voi da tenere su una parete di casa, perché è un vaso di pandora che si apre improvvisamente.
siamo cresciuti, ci aggiriamo intorno ai quaranta e i nostri ricordi sfocati sono ineluttabilmente quelli dell’altalena con la scritta Coca – Cola che si arrugginiva alla fine dell’estate nell’acqua bassa della riva, dopo la spiaggia del Grand Hotel; quelli ai Giardini Ferrari quando aveva la vasca dei pesci rossi; quelli delle macchinette delle biglie ai bar della spiaggia e i jukebox in un angolo; quelli delle cinquecento lire di carta che ti bastavano per comprare le gomme da masticare a forma di sigarette; quelli del Vulcano prima che i bagnini vietassero di farcelo fare (vi ricordate la montagna di sabbia, l’andare avanti e indietro con il secchiello a riva per la sabbia bagnata che cementava quella asciutta, la buca sotto e il foro sopra e gli occhi da cerbiatto triste per convincere il babbo ad arrotolare il suo giornale e dargli fuoco, con l’accendino, per bruciarlo e poi che gioia quando usciva il fumo dal foro sopra quando non c’era tanto vento?); quelli che, per quanto possiamo scappare e allontanarci, ameremo sempre quella pozzanghera che chiamiamo mare, perché è quello dove abbiamo fatto il primo bagno della nostra vita, è quello dove abbiamo imparato a nuotare, è quello che abbiamo visto ogni estate per tutte le estati della nostra vita, è quello che se non l’abbiamo e non lo vediamo, anche se fa schifo, semplicemente, ci manca.
i manifesti balneari hanno scandito quelle estati. hanno scandito le estati dei nostri bisnonni, dei nostri nonni, dei nostri genitori, di noi – e sì, la vita va avanti e non siamo più gli ultimi della lista -,  e adesso, dei nostri figli. che poi siano quelli di Cattelan, amen, ogni generazione ha il suo: mia mamma aveva i Beatles, noi le Spice Girls, i ragazzini di oggi Fedez. non fa una piega. o se preferite: mia mamma aveva Omar Sivori, io Marco van Basten, i ragazzini di oggi Cristiano Ronaldo, o peggio, Neymar jr.
i manifesti balneari hanno riempito gli spazi pubblicitari della città senza che ce ne accorgessimo e ogni volta che ci capitano sotto gli occhi, ci ricordano ciò che era. certo, confondiamo le estati, confondiamo i ricordi e gli stessi manifesti, ma rispolverati ci ricordiamo di tutti.
e allora, rivediamone qualcuno e le proposte di questi ultimi anni fino alle cartoline di Cattelan.

quelli dei nostri nonni. chissà se i miei nonni li hanno mai visti o se ne sono mai accorti. immagino che intorno alle guerre mondiali avessero altro a cui pensare. fai una fatica della madonna a trascendere l’idea che i tuoi genitori siano persone che hanno vissuto a tempo loro ciò che vivi tu oggi, figuriamoci pensare ai nonni. i miei sono morti quasi tutti quando io ero troppo piccola e poi da adolescente, non ho idea di chi fossero i miei nonni, che persone fossero. li ho conosciuti quando ormai il loro lo avevano fatto e conoscere qualcuno da vecchio, soprattutto se è di famiglia, è sempre deleterio, perché te li ricordi solo come vecchi decrepiti dalla bava facile, ammalati, e, insomma, vecchi. e mica quando hai dodici anni vai a pensare che un giorno sarai così anche tu, quindi ti sembra una roba così lontana che non ti sfiora nemmeno l’anticamera del cervello. certo, è anche vero che pensare queste cose a dodici anni hai un problema e non sei del tutto a posto, ma senza divagare, ti ritrovi a quaranta a chiederti chi fossero i nonni e mentre i tuoi invecchiano e te ne rendi conto e li vedi giorno dopo giorno e la cosa ti strazia da nodo alla gola istantaneo, tua mamma o tua zia ti racconta di roba degli anni ’50 che a dodici anni la mandavi a cagare e oggi pendi dalle sue labbra ad ascoltarla affascinata.
non so voi ma io ho, tra le tante passioni, anche quelle dei manifesti e quelli dei Mondiali o quelli della Festa de Borg, quelli tipo vintage stile pubblicità Coca – Cola anni ’60, che mi fanno impazzire. sono lo specchio dei tempi e a modo loro rispecchiano l’arte di allora. per altro, sono proprio questi che attirano l’attenzione nelle bancarelle polverose che vendono riviste e quotidiani vecchi e che ci fanno fermare incuriositi per spulciare senza averne davvero voglia, ma con quell’istinto da cassetto dei ricordi socchiuso che aspetta solo di essere aperto.
guardate che meraviglia questi, tra pre e post prima e seconda guerra mondiale. gli stili dal Liberty all’astrattismo al cubismo sono talmente evidenti che sono stupendi. e oggi di un’attualità stupefacente.

1922

1922. un super classico che non potete non aver visto almeno una volta e realizzato da sticazzi Marcello Dudovich. triestino, aveva già un buon venticinque anni quando è iniziato il 900, cioè il secolo nel quale siamo nati noi e pure finito, e ha persino indossato la camicia rossa garibaldina. padre del moderno cartellonismo pubblicitario, le sue influenze variano dall’Art Noveau alla Belle Epoque. non ho idea di come funzionasse all’epoca e come gli fosse commissionato; è uno dei manifesti più belli mai realizzati.

1929

1929. famosissimo anche questo, si chiama La grande R. dipinto da Adolfo Busi, pittore emiliano, lavora tantissimo negli stessi anni di Dudovich ma con meno clamore del triestino. riscoperto recentemente, risulta più duro rispetto alla morbidezza di Dudovich e dallo stile, oggi, vintage a manetta. tuttavia efficace e richiama perfettamente la Rimini degli anni ’20.

1933

1934

1933 e 1934. così vicini, così lontani, da Cesenatico a Riccione, stessa costa, 40 minuti di auto l’una dall’altra, due idee di turismo diversissime tra loro e dipinti con un anno di differenza ma due stili tra i più belli dell’epoca.

il primo di non leggo la firma e quindi niente ricerca riprende l’espressionismo geometrico alla De Chirico unendolo alle classiche vele dai loro inconfondibili disegni dei pescatori, vele che ancora oggi sono esposte nel museo del Comune di mi pare Bellaria – Igea Marina come patrimonio culturale. tanto quelle vele le avete viste più volte, da quelle fasulle intorno alle rotonde di Riccione a quelle rifatte in alcuni ristoranti di pesce, ecco, le originali sono solo nel museo, salvo prestiti eccezionali. vele che sono così famose perché se i nobili avevano gli stemmi, le barche dei pescatori avevano i disegni sulle vele, in modo da potersi riconoscere dal porto ed essere avvistati al ritorno, quando c’era, perché era frequente che non tornassero affatto.

il secondo è del pittore pubblicitario Mario Puppo. spezzino di Levanto per morire negli anni ’70 qualche chilometro più in là – ma sempre a levante -, a Chiavari quando già esisteva la Virtus Entella, si distinse per questo segno asciutto e molto grafico per l’epoca con un dinamismo nei volumi decisamente moderno, specializzandosi in manifesti come questo, spaziando tra località montane e marittime (e guardando le altre, questa è anche una tra le più brutte). sconosciuto a tutt’oggi, in realtà al Museo Civico di Treviso sono conservati oltre 150 manifesti del pittore, non so se visibili o meno, ma è bello sapere che qualcuno li conserva.

1946

1946. a guerra finita ufficialmente, rimasero gli stralci di ciò che era accaduto e il mondo si sarebbe davvero rialzato e avrebbe ripreso a girare da lì a dieci anni. quando scrivo questo articolo è un caldissimo venerdì da bollino rosso nelle città e ho solo voglia di una damigiana di birra, per cui N. Tognacci ha un nome e un dipinto ma non ha una storia, se non che per questo manifesto è innegabile l’influenza espressionista e metafisica di Salvador Dalì. bello, chiamiamolo estivo, ma conchiglie così a Rimini e a Riccione non le trovi nemmeno con il lanternino.

quelli dei nostri tempi. svegliandoci un giorno e pedalando in bicicletta per la città per andare a bere il caffè, questi manifesti artistici così diversi dalla pubblicità della sagra della piadina a quella dell’Acquafan, per i riminesi di quindici/vent’anni fa potevano sembrare una novità assoluta, mentre per i nostri nonni era normale vederli in giro perché quelli erano i manifesti che incontravi scendendo dal treno appena arrivato alla stazione di Rimini o entrando in città dall’autostrada o dalla statale, insomma, erano il bigliettino da visita di quei tempi. erano ciò che scatenava l’immaginario e ciò per cui sceglievi Rimini per le tue vacanze, e quelle cartoline era per vedere se era così come la disegnavano.
la tradizione poi era decaduta e arrugginita come l’altalena in mare della mia infanzia e solo venti anni fa, la vecchia giunta comunale ha pensato di restituire a un’artista il manifesto principe dell’immaginario e di ciò che avrebbe dovuto richiamare la città turistica di Rimini.
certo, non tutti i manifesti sono riusciti, alcuni sono altamente improbabili, eppure è da vent’anni che questo manifesto, purtroppo o per fortuna, rappresenta e fotografa la Rimini estiva. qualunque questa cosa voglia e possa significare.
apriamo le danze.

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1995. vent’anni fa si riparte con il botto e la giunta comunale dell’epoca, credo affidata al primario dell’ospedale Ravaioli, punta su un grafico pubblicitario con i controcoglioni come Milton Glaser, per intenderci quello che ha creato il logo I Love New York con il cuore al posto della parola Love alla fine degli anni ’70 e che ha semplicemente cambiato radicalmente l’immagine della metropoli americana. vorrei vedere quelli che almeno una volta nella vita non hanno comprato o avuto la tentazione, andando oltre oceano, di comprare le magliette o le mug, le tazze, con quella scritta. è talmente forte e ormai dentro ognuno di noi che è impossibile, ancora oggi, pensare a New York e non ricondurla a quello slogan così eightess.
in questo caso – e non è nemmeno il suo migliore lavoro -, l’essenzialità, i colori giallo e blu da sempre identificati come sole e mare, la M che si bagna nell’Adriatico a simboleggiare l’Arco d’Augusto e il Tempio Malatestiano e la palla per i giochi in spiaggia, dal pallone alle bocce ai racchettoni con i quali CHIUNQUE ha beccato in testa qualcuno, sono un mix perfetto di minimalismo e di messaggio diretto a ciò che andava a rappresentare.

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2000. Renè Gruau, cioè Dio. riminese e artista di fama internazionale, negli ultimi anni di vita regalò a Rimini un ulteriore omaggio della sua arte e non fu nemmeno l’unico. ci aveva già provato nel 1993 ed era anche più bello, ma questo, forse perché è uno degli ultimi lavori, forse perché qualunque cosa abbia disegnato Gruau trasuda divinità, rientra in quei manifesti che circolavano affissi per Rimini.
Gruau fu un disegnatore e illustratore pubblicitario che spaziò dalla moda (ha collaborato per anni con le riviste Vogue a Elle tra le altre) alle classiche pubblicità di liquori tipo Cinzano – semplicemente meravigliosa – a qualunque altra marca.
se Fellini è un orgoglio riminese per aver mostrato la riminesità e i suoi Vitelloni con l’Arte Cinema, Gruau è quello che è stato Fellini per Rimini con l’Arte Arte. io, ogni volta che scorro le immagini di Google sulle illustrazioni di Gruau sbavo, e ricordo ancora la mostra dedicatagli al Museo di Arte Moderna di Rimini dell’anno scorso nel quale erano esposti gli originali, roba da orgasmo. forse datato, forse vintage, ma sticazzi che artista della madonna che ha avuto Rimini e che, come ogni cosa, ha avuto successo fuori nel mondo tranne che a casa sua.

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2002. non ho idea di chi sia Berlotti e con il massimo rispetto, dopo Gruau, chiunque avrebbe fatto una figura barbina. personalmente non l’ho mai visto in giro e non mi interessa cosa volesse rappresentare. e non me ne dispiace affatto.

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2003. dio del cielo grazie che dopo la parentesi dimenticabilissima di Berlotti ci riporti all’Arte con la A maiuscola di un altro fotonico come Gianluigi Toccafondo. per chi non lo conoscesse è quello che ha fatto i disegni per la Fandango quando inizia un film distribuito da loro. ed è l’unico sammarinese che non metterei sotto con la macchina.
e comunque, se non lo conoscete, siete pessimi.

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2004. a tutt’oggi, secondo un sondaggio che ho trovato in rete è questo il manifesto che è piaciuto maggiormente negli ultimi vent’anni. che poi sia stato realizzato dal Signor Milo Manara, uno degli Dei del fumetto, non può che inorgoglirmi ancora di più.
la sua immancabile donnina con questa espressione di goduria non meglio identificata visto che si struscia i polsi, rimanda comunque a una Rimini seduttrice con richiami a una balconata del Grand Hotel e quella spiaggia di notte che alzi la mano chi non ci ha mai fatto le porcate quando si poteva ancora andare nel buio e con solo la luna a illuminare sabbia e onde. dai!, vi voglio contare! a me è piaciuto un vallo. l’illustrazione. ma anche andare in spiaggia…

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2005. l’immagine è piccola perché fa talmente schifo che non merita l’alta risoluzione. dalla mano di Jovanotti, il Jova ye ye nazionale, ha devoluto tutto il compenso in beneficienza. i riminesi dissero: ai cred, ti devi solo vergognare per l’obbrobrio che hai fatto e il coraggio di averlo proposto. da allora, capirono che era molto meglio andarlo a vedere solo al palazzetto perché con il disegno male male male.

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2006. in questa alternanza della “tradizione al manifesto” alla “tradizione nell’alternare artisti del territorio a quelli stranieri (lo sapete no, che per un riminese anche i riccionesi sono degli stranieri vero?)”, si ritorna a un artista riminese, Luca Giovagnoli. massimo rispetto, ma no. e le sue opere, quelle da galleria, possono anche essere piacevoli.

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2007. Pablo Echaurren è figlio del pittore surrealista cileno Sebastian Matta ma è nato a Roma ed è italiano. diventato popolare, tra le altre cose, grazie alla copertina del libro Porci con le ali, ha collaborato con tante riviste. il suo è uno stile influenzato dal futurismo. e be’, fate voi, ma a me non mi dà l’idea di Rimini nemmeno a sforzarmi di mangiare un’insalata al bar del 18 per il verde che usa.

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2008. lo so. se scorrete questo articolo vi sembrerà di averla già vista o che io l’abbia caricata due volte. no, è proprio un’altra immagine. peccato che l’esperimento mascherato da omaggio e che quindi si svincola dalla definizione plagio da parte di Marco Morosini e del suo studio (è lo studio che cura quasi tutta l’immagine grafica di Rimini, del turismo, della Notte Rosa e sa la madonna cos’altro) è un insulto all’intelligenza. il Comune per questo genere di lavori non paga noccioline, Manara ne ha presi quasi 14.000 e tra stampe e diffusione ogni anno partono sui 20.000. potevate impegnarvi di più.

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2009. Alessandro Bergonzoni. ora. c’è modo e modo di essere artisti. però porca troia. a prima vista, non ti sembra nemmeno un cartellone pubblicitario ma la copertina di uno di quei libretti da chiesa o tipo di CL che ti danno al Meeting, e che hai paura a toccare perché per i peccati che hai commesso ti immagini di prendere fuoco all’istante.

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2010. finalmente una donna e finalmente una come la Francesca Ghermandi, bolognese, emiliana, e va bene, anche se continuo a sostenere che la Romagna dovrebbe diventare regione autonoma. poi, politicamente e per materia prima crollerebbe, ma c’è un perché se disegno fumetti e non mi candido per una lista del PD. ricordo che cinque anni fa la lettura dell’illustrazione fu oggetto di vari spunti, moltissimi positivi, altri, come sempre, detrattivi. ma il particolare degli occhialini 3d a significare il mondo che cambia attraverso uno sguardo tecnologico fu molto attuale.

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2011. Davide ERON Salvadei non credo abbia bisogno di presentazioni. riminese per Rimini, vedere l’originale è una roba che ti incatena lì a cercare di capire come cazzo abbia fatto a dare quell’effetto di sfumato e di tramonto. il lato più romantico e meno vissuto di Rimini (l’ape sulla spiaggia a meno che non sia alla Darsena non è proprio nelle corde dei riminesi) è un esempio di come raccontare Rimini in maniera alternativa. perché che che se ne dica, ha sfumature ben differenti da come viene conosciuta e i veri riminesi lo sanno. ERON, con Gruau e Fellini, è un altro da orgoglio paesano.

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2012. Francesco Bocchini nasce a Cesena e la sua arte si esprime attraverso l’utilizzo di materiali riciclabili e poveri, di quelli messi da parte perché apparentemente non più utilizzabili. dispiace, ma un mini sondaggio tra le amiche che alla vista di questo manifesto lo guardavano con espressione da pesce lesso incapaci di interpretarlo, mi ha fatto capire che il messaggio non è proprio arrivato. e sì che la scritta Rimini avrebbe dovuto suggerire qualcosa. e le mie amiche non sono sceme.

2013

2013. Marco Neri francamente non lo conosco ma il suo stile ordinato alla Hopper moderno mi piacque. almeno in questo manifesto. l’idea poi che riprendesse il Nettuno mi piacque ancora di più. perché il Nettuno, prima che diventasse una serie di esperimenti ristorativi falliti era il bar dei bagni 29 e 30 e, soprattutto, nei ricordi di noi riminesi fu da sempre e per sempre ciò che, bimbi che imparavano a conoscere le vie e le piazze della città in sella alla prima bicicletta, ci fece capire che Piazzale Kennedy la riconoscevi dal cubo della Coca – Cola sopra il Nettuno e che quella dopo era Piazza Tripoli. naturalmente, per quanto riminese, non credo che Neri abbia interpretato il Nettuno e le sue bandierine degli altri paesi in una ventata di internazionalità, ma il solo pensarlo fu figo. perché un vero riminese sa cosa è e cosa simboleggia il bar Nettuno.

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2014. Peter e Gian Paolo Gazzola dipingono questa tela che in questo sito qui viene definita essere realizzata con un linguaggio dissacrante e fantasioso. che poi ti faccia intendere che Rimini è una città violenta e pericolosa, be’, capisco il messaggio sociale ma se stai facendo una pubblicità turistica per la tua città e che deve invogliare la gente a venire qui in villeggiatura, non sono un genio, ma mi pare proprio che non sia la mossa vincente e nemmeno edificante e un tantino controproducente. poi, be’, lo ripeto. non sono un genio.

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2015. e poi Cattelan, Maurizio Cattelan: motivo di discussione a prescindere.
il Comune, dicono, pare abbia speso intorno ai 35.000 euro per un progetto per altro di riciclo, cioè già pensato e mostrato per altro. inoltre il titolo, Toilet Paper, tradotto: carta igienica, ha sollevato domande tipo: cioè vuol dire che Rimini è una mmerda?  francamente, dopo le oscenità di questi anni – e a parte qualche caso isolato, questa carrellata ve lo dimostra -, Cattelan è una manna dal cielo.
intanto l’effetto mediatico che è arrivato sulla città è notevole. che poi si trasformi in un vomito di turisti è un altro paio di maniche. e poi nemmeno se Gnassi si fosse dato fuoco in Piazza Tre Martiri avrebbe richiamato così tanta attenzione. quindi, già solo per questo, ha vinto.
a me Cattelan, o meglio la sua arte e la sua interpretazione, mi fa talmente cagare che quasi preferisco gli interisti, però, chiaro, i gusti sono gusti. è un’artista che di base provoca, non ci si può aspettare cartoline di suore. senza contare che Rimini sono anni che cavalca lo stereotipo di discoteca perenne e divertimento a cielo aperto dall’alba degli anni ’60 e Gnassi è il sindaco simbolo di questo livello turistico. perché scusate, è stato votato, ma è un ragazzo di poco più di quarant’anni, e cosa pensate che facesse prima di fare il sindaco se non quello che ognuno di noi ha fatto per anni in estate se non beccarsi alle 3 all’Hobo’s per l’ennesimo Sbagliato? cioè, che le feste organizzate (dalla Notte Rosa alla Molo Street Parade e le altre) siano rave legalizzati non mi pare se ne sia mai lamentato nessuno, a parte quell’anno di Molo Street Parade che la Iole ha chiuso il bagno e non trovavi una toilette nell’arco di due chilometri e poi, ci credo, che la gente pisciava nel porto. però via, sono ragazzate. anche perché se non ti sta bene, te ne stai a casa, e non vai anche tu a mangiare sardoncini e a bere birra dall’amico sulla barca con la pubblicità del suo bar.
e non ci vuole nemmeno una laurea per definire Rimini (la cui proposta turistica è materia universitaria, cioè ci sono ragazzi che discutono esami su Rimini e l’idea di turismo rivoluzionaria!) e Cattelan, nel suo scalpore da sesso e alcool, ha colpito nel segno, perché ce ne possiamo lamentare, rivendicando lo spirito romantico e gli angoli magici di Rimini, ma è così che viene percepita nel mondo. e francamente, se mi devono invadere quegli angoli magici lì, mi va bene che pensino sia altro e che me li lascino intatti.
nelle foto ci sono anche due luoghi della città che i riminesi conoscono bene: la rotonda del Grand Hotel e la rotonda di Bellariva che tutti noi, fin dalla sua primissima esposizione, chiamiamo la fontana della figa. non so voi, ma io non lo so ancora se ha un nome, per me è la fontana della figa così come Piazza Tripoli, per quanto oggi si chiami Piazza Marvelli, sarà sempre Piazza Tripoli.
e ha speso quello che ha speso e ricadrà immancabilmente su noi cittadini, però per me Gnassi con questa mossa ha vinto.
detta come va detta, bambini di tutto il mondo, in effetti ci sta la vostra domanda: e a te quando te lo chiedono di disegnarlo quel manifesto? e me lo sto domandando anche io, però, le cose vengono da sole.
e poi, a Rimini si sta bene, Rimini a modo suo è una città stupenda e anche se io che non ci abito più da quasi tre anni, in queste serate afose, mi manca. mi manca l’andare in spiaggia in bicicletta anche solo per un’ora dal bagnino che ti conosce da quando eri alta un nano e un barattolo, mi manca per tutta la Storia che io ho in quella città. anche se a mare vado meglio ‘che ogni fine settimana posso scegliere tra Senigallia, Marzocca, il Conero, le due sorelle e San Michele e quant’altro qui nelle Marche, non posso farmi violenza: è a Rimini la spiaggia che io amo, è a Rimini che vorrei tornare, è a Rimini che è stata la mia casa per quasi quarant’anni. perché Rimini la ami, con il suo schifo di mare, con le sue fogne aperte, con la gente ignorante. ma è Casa, la mia. e se la racconto sempre nei miei fumetti, un perché ci sarà.

 

(le foto sono prese da internet, dal sito dell‘informazione turistica di Rimini e da immaginificio.com, le mie sfocate per una volta ve le risparmio)

 

 

 

 

 

 

 

 

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