USA – Australia 3 – 1

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Il calcio è un gioco scaramantico.
Solo chi non ha mai vissuto il pre partita in uno spogliatoio qualsiasi – che fosse quello a Viserba di Rimini vicino alla fonte dell’acqua potabile a quello del campo sulla statale verso Riccione delle docce dalle porte assenti a quello di uno stadio vero come il Winnipeg -, non può sapere che quando varchi quella soglia illuminata da neon freddi e vai verso la tua maglia appesa – la mia era sempre piegata nella borsa e, disfatta, la appoggiavo dove trovavo spazio sulla panca – ognuno ha il suo scaramantico modo di vestirsi.C’è chi si infila subito la maglia, chi i pantaloncini, chi i calzettoni – io da sempre prima della fine della mia brevissima carriera il calzettone sinistro – . Per non parlare del meccanismo degli accessori: calzare prima la scarpa sinistra o destra, il nastro intorno alle caviglie, il laccetto sotto il ginocchio per non far cadere la calza – almeno ai miei tempi pre scaldacollo alla Totti, pre lacci nei capelli, pre scarpini colorati si usava così -, e sperare che non si accorgessero che le tue Puma tredici tacchetti non erano perfettamente pulite così non ti facevano la multa.
Chissà se Abby Wambach quando ha deciso di tingersi di biondo gli unici capelli lunghi che ha – il resto intorno alla testa sono rasati cortissimo -, ha pensato che scaramanticamente portava bene. O forse, semplicemente, dettato dagli sponsor o solo per voglia personale.
Chissà se Alex Morgan ci pensa mai quando arrotola il nastro rosa e se lo mette a cerchietto, già pronta per la partita, quasi che quel laccio rosa è l’ultimo dei riti.

Stati Uniti – Australia è la partita che chi segue Canada 2015 aspetta dall’inizio.
L’esordio di una delle squadre più titolate del mondo a livello femminile è l’emblema di ciò che può diventare questo sport. E in qualche strano modo, la realizzazione di un sogno per tutte le ragazze come me che hanno sempre amato giocare a pallone sognando di poter diventare come loro.
Io ormai ho accenni di capelli bianchi, ma vedere ciò che sono le Morgan, le Wambach, le Leroux, le Solo, le Rapinoe e le altre, in campo e fuori – sponsor, pubblicità, star da prima pagina per capirci – è davvero quella realtà che pensavo di non vedere mai in vita mia.
L’attesa per questo mondiale dopo l’Algarve Cup 2015 vinta proprio dalle ragazze stelle e strisce è crescente da quella finale contro la Francia dell’11 marzo. Fino a oggi. A guardare anche solo dieci minuti di programmazione FOX è una continua messa in onda proporzionando come solo gli americani sanno fare le ragazze della USWNT, dalla compagnia di assicurazione al trailer del nuovo dei Fantastici 4 – e le immagini del film alternate alla Rapinoe, alla Leroux, alla Press, la Krieger -, a i promo costanti dell’ora e della data delle partite.

E poi ci sono loro, i giornalisti e i commentatori: incravattati, truccati, impomatati, sentire gli americani che analizzano e raccontano il calcio nell’attesa appunto delle partite della USWNT ti fa strano come vedere un bimbo sulla battigia di Rimini che lancia con la destra una palla al padre con il guanto da baseball nella sinistra, invece di calciare un pallone cercando di beccare in testa le signore attempate che si godono una passeggiata con i piedi in mare quando non sono al bar a giocare a burraco.

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Lunedì 8 giugno il Winnipeg Stadium conta quasi il tutto esaurito. I canadesi saranno anche gente strana ma l’America è comunque lì, a due passi per le loro distanze, e in Canada noi non li riconosciamo ma la metà dei collegamenti della FOX sono da scenari che nei film americani vediamo spesso pensando sia New York, e loro un occhio aperto a ciò che succede di là lo buttano sempre.
C’è attesa e c’è la trepidazioni delle grandi occasioni.
Sta già tramontando il sole quando Wambach, capitano della USWNT, e De Vanna, capitano dell’Australia, si stringono la mano. I riflettori sono già accesi e quella luce artificiale si scontra con la luce naturale del cielo, quasi che la seconda dica, prima di addormentarsi: fammi stare ancora un po’ qui. De Vanna non pensa certo alla luce del cielo e dei riflettori, ma guarda la Wambach con una soggezione e un timore referenziale, lei, così piccolina in confronto all’armadio cabina dalle ante scorrevoli che è la Wambach, lei, che in fondo ha solo stretto la mano a una leggenda vivente e che è già nella Storia del calcio femminile, lei, la sconosciuta De Vanna che però, in un’altra parte di mondo, ha significato proprio come il suo corrispettivo in mezzo al campo, laggiù, in quell’Australia lontana e tanto, tanto simile nei pregi e nelle contraddizioni esattamente come gli Stati Uniti. A De Vanna però le si dipinge sul viso una sospetta paura che le cose non saranno facili. E infatti, non lo saranno.
C’è un attimo eterno, poco prima che inizi tutto, con Wambach a fianco di Rapinoe che appoggia la suola al pallone, quell’attimo in cui tutto è fermo e sospeso mentre l’arbitro controlla che ogni cosa sia al suo posto e guarda il cronometro avvicinando il fischietto alle labbra.
C’è un attimo eterno in cui persino i respiri del pubblico si sollevano, persino le grida e il tifo si placa silenziosamente.
Poi il fischio echeggia nel vuoto e la palla rotola sul prato sintetico.
Gli Stati Uniti sono nella formazione quasi classica. Alex Morgan non gioca da aprile i novanta minuti e non riesce ancora a reggerli: è dall’amichevole con il Messico pre Mondiali che Jill Ellis, coach a metà tra la donna di ferro e la professoressa di ginnastica del liceo che però è in grado di farti avere una borsa di studio all’università con la squadra forte dove sogni di giocare, prova felicemente la numero 2, Sidney Leroux che con i suoi tatuaggi e la sua treccia è uno dei volti di FIFA16 e risponde brillantemente con azioni e reti. Ci sono tutte le giocatrici americane che, alternandosi nelle pubblicità, conosci: Hope Solo, Chris Lloyd, Megan Klingenberg, Ali Krieger, Julie Johnston (che hai odiato perché di testa ha segnato l’1 – 0 su calcio d’angolo alla Francia nella finale dell’Algarve Cup), Becky Sauerbrunn, Megan Rapinoe, Abby Wambach bionda per l’occasione, Christine Press (che però non odi perché ha fatto il 2 – 0 nella partita di cui sopra che hai guardato e riguardato per capire quando, quando ha fatto quell’impercettibile movimento che ha tagliato lo spazio e bevuta la difesa francese e si è involata sola davanti a Bouhaddi e ancora lo guardi incredula dalla bellezza del gesto). Tutte. E per te sono tipo una specie di miti. Addirittura non ti sorprende nemmeno la nuova divisa bianca e i calzettoni giallo fosforescenti che con un gioco di righe diventano bianchi alle caviglie perché l’avevi già vista durante la presentazione di una delle tante cose di cui è testimonial la USWNT.
L’Australia è invece una squadra elastica e atletica, si muove bene in campo e gioca collettivamente collegando i reparti come una fisarmonica. Ma tu, naturalmente, anche se avevi letto che era forte (è 10ma nel ranking della FIFA), non conosci nessuna giocatrice. Hai solo letto da qualche parte che è una squadra giovane, fresca e forte ed è 10ma nel ranking della FIFA.
È appena il 12mo e gli Stati Uniti segnano già l’1 – 0. Rapinoe magheggia con il pallone facendolo sparire tra le gambe dei difensori per poi trovare lo spazio per tirare: il tiro viene leggermente deviato dalla spalla di un difensore diventando irraggiungibile per Melissa Barbieri. Ora, Rapinoe è una di quei centrocampisti esterni offensivi come si usa chiamarli oggi – ala ai miei tempi che però si accentra e non sempre crossa dal fondo: propone, pressa, crossa dall’angolo alto dell’area e quando può tira a prescindere. Ecco. Contro l’Australia la Rapinoe era talmente in buona che ha risolto la partita.

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L’Australia di contro sembra più scocciata che abbattuta dalla rete subìta e fa la cosa più semplice che si possa fare quando si sta perdendo: attacca in velocità le americane che non immaginano una reazione così prepotente e repentina lungi dall’essere scioccante. Appena un quarto d’ora dopo, al 27simo, pareggia: l’azione è stupenda, costruita con tocchi precisi e veloci, diagonali, orizzontali e verticali che è da mal di testa perché quando pensi che il pallone sia in un punto è già in un altro. È così veloce che quando DeVanna si trova libera dalla difesa a tre tutta manchevolmente sulla Heyman e scocca il collo pieno nell’angolino dove la Solo non può arrivare a meno che non sia Ed Warner e la palla entra, quasi non ci credi che hanno pareggiato davvero.

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I difensori americani tutti sulla Heymans, DeVanna libera di calciare. Sotto, dove infila il pallone.

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Ridimensionata la USWNT e quell’aria da aliene, la partita scorre in equilibrio fino al 61simo se non che Leroux che non pensi mai possa arrivare su un pallone troppo lungo e alla fine ci arriva sempre, riceve palla e scatta con un’accelerazione che ti chiedi quando abbia spinto il pulsante del razzo e dalla tre quarti si fa ‘sta fuga con attaccata un’australiana che non molla e riesce a crossare diagonalmente proprio in quel fazzoletto di campo in cui Press è sola a prendersi una pausa. A guardare le immagini sembra davvero che la Press aspetti non si sa bene cosa, serafica, con però il piattone destro pronto a piazzarla rasoterra nell’angolino lontano.

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Sopra Leroux che scatta, sotto dove arriva sempre tampinata dalla marcatrice.

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Press è quella smarcata che seguiva l’azione con prontezza.

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Il terzo gol della USWNT è invece un insulto a ciò che insegnano nelle scuole calcio, almeno per i miei tempi. Rapinoe prende palla nella sua metà campo e palla al piede, veloce ma non in fuga – tanto che la difesa australiana si rimette in linea -, trova una prateria sulla sinistra e arriva con una facilità sorprendente al tiro in diagonale senza nemmeno un’australiana che vada a contrastarla. Il che rende tutto molto bello ma anche tutto molto interrogativo: meglio piazzarsi prima?, sì, ma chi doveva coprire quel lato di campo?
Poi entra Alex Morgan e per un istante ho una tipo commozione nel rivederla in campo, quasi avessi sentito una mancanza nella partita che ho visto. Perché poi alla fine a queste ragazze si vuole bene, e questa magia io la vedo solo nel calcio femminile, da sempre. Non è perfetto, nulla lo è, ma c’è, nascosto, ma c’è.
E chissà se la Wambach e la Morgan hanno un rituale anche dopo una vittoria.

le foto sono tutte sfocatamente mie

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