cinque libri (più uno) che si finge di avere letto e di cui non c’è traccia nella propria libreria, qualora ce ne fosse una in casa

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Tempo fa, annoiandomi sui social, scorrevo gli account seguiti e molti di questi sono blog o siti che trattano di narrativa.
Simpatici o che se la tirano troppo, tanti di questi avevano condiviso la classifica dei venti e dieci (per renderla più breve) libri che tutti fingono di avere letto e che non lo hanno mai fatto. La classifica è stata stilata dal Telegraph, giornale storico britannico, per cui i titoli sono ovviamente colonne e classici della letteratura di lingua inglese.
E se questo link è stato condiviso così tante volte, qualche aspetto su cui argomentare ce l’ha.
Per prima cosa, sono libri talmente classici e ridondanti che pensi davvero che tutti li abbiano letti, o forse anche solo l’andare in libreria e vederli immancabilmente sulle mensole lascia la sensazione che facciano parte del proprio bagaglio, e non è così.
Seconda cosa, sono tutti stranieri il che rende perfettamente l’idea di quanto il mercato italiano sia, da sempre, esterofilo perché, appunto, sono longsellers e si possono recuperare in qualsiasi occasione.
Dico questo perché l’altro giorno ero ad Ancona e sono entrata in una libreria di quelle commerciali e notando tutti questi titoli presenti, non trovavo un libro di un autore italiano che proprio sconosciuto non mi pare lo sia; cerco, cerco, cerco e scoraggiata, chiedo alla cassa e il gestore riesce a dirmi che sì, ce lo aveva, che l’ultima copia è stata venduta a fine luglio, ma che no, non lo aveva, avrebbe dovuto riordinarlo ma poi bla bla bla arrampicandosi sugli specchi, infine provando a dirmi che se lo volevo ordinare… Risposta mia: non sono di Ancona, sono qui di passaggio bla bla bla. Ma questo mi ha dimostrato che quello che conosco io, non è scritto da nessuna parte che sia quello che conoscono gli altri, ma anche la superficialità di intendere la lettura in quanto tale. Soprattutto quella italiana.
Così penso: lasciamo stare i classici, fai fatica a leggere la pagella di tuo figlio, figurati Orwell!
E quindi: quali sono, oggi, i libri che quelli che hanno quarant’anni come me, fingono di avere letto?
Ecco una stramba classifica, ma che se sei seduto al tavolo di una piadineria sulla spiaggia a Pesaro, con una bottiglia di Moretti da 66 davanti e zaffate di qualcosa di buono che arriva dalle sdraio all’ombra più lontane, potrebbe essere plausibile, valutando età, esperienze, vite assolutamente comuni se non nell’ordinario e gusti evoluti nel tempo. Sottolinenando che quello che racconto è accaduto veramente, e non per screditare le persone che frequento ma piuttosto per rendersi conto che c’è comunque della bellezza nel parlare con gente che è anni luce da te, perché sì, spesso sono combattuta e cerco di capire, mi trastullo la testa di perché cubitali, eppure nel cercare la qualità sempre e ovunque, credendosela anche un po’, ogni tanto fa bene abbassare la cresta. Per il motivo di cui sopra: se piace a me, non significa che piaccia al resto del mondo. E di solito, il resto del mondo è quello che vende di più.

Bar Sport, Stefano Benni.

Milioni di anni fa, quando non avevo nemmeno un capello bianco in testa, ero in treno e stavo tornando a Rimini da Milano dove studiavo. Sulle gambe, mezza addormentata e con il fumo che annebbiava le porte degli scompartimenti (all’epoca esistevano ancora i vagoni divisi in due per i fumatori e non fumatori), Bar Sport di Benni, del quale avevo letto sì e no due righe in quel viaggio. Passa il controllore: un bel signore, brizzolato e magro, dall’aria severa nel chiedere i biglietti ma che si allarga in un sorriso incredibile quando nota il libro. Mi dice qualcosa, me la ripete e io gli tendo solo il biglietto. Mi dice ancora qualcosa, finalmente indicando Bar Sport e capisco che sta citando una battuta del libro. Sono troppo addormentata per avere la prontezza di dire qualunque cosa se non sorridergli e biascicare un “bello” riferito al libro, così, per sport appunto. Se ne va, tornando serio. Avevo vent’anni, altre necessità letterarie e lo lasciai così. Non ho più riaperto Bar Sport da allora, fino a questa estate, nella quale finalmente ho posto fine alla mia mancanza.
Ora che Bar Sport ha quarant’anni, le vetrine della Feltrinelli sono piene della nuova edizione, con la copertina rifatta.
Il sito di Repubblica sta dedicando pagine di esperienze di gente famosa e comuni lettori nei loro Bar Sport, ed è innegabile che nel mondo è pieno di gente che lo ha letto, ma nessuno che conosca io.
Delle mie amiche, per altro, sono l’unica che frequenta ancora i bar nella connotazione che descrive Benni, le altre ci vanno sì per i caffè o il cappuccino, ma è diverso.
A parte la Mina, che ammette candidamente che il bar è la sua seconda casa, ma adesso con Diego, suo figlio, che attira tutti i saluti e i sorrisi dei vecchietti, pensavo che conquistare la Gazzetta fosse più semplice in quei momenti di tenerezza, e invece non la mollano comunque, perché con una mano giocano con il bimbo e con l’altra tengono saldamente il giornale spalmato sul tavolino. Quindi, mi ritrovo ugualmente a essere sola, al bar, e non ho mai chiesto alle mie amiche se avessero letto questo libro, per una ragione precisa dovuta alle abitudini del quotidiano: mentre io ritornavo al bar dopo cena per vedere la Champions, loro facevano maratone di serie tv su Netflix. Potrei sempre chiederlo, un giorno, e potrei anche ricevere inaspettate sorprese, ma preferisco rimanere nel dubbio.
E adesso che finalmente l’ho letto, nella mia edizione del gennaio 1999 al costo di 12.000 lire, con le pagine ingiallite e scampato a tre traslochi, i miei ricordi vanno a quando ero piccola, ai bar con i flipper dei Goonies e di indiana Jones ma soprattutto al bar sotto casa dei nonni, a quando entravo nella sala del biliardo, quella soggezione nel varcare una immaginaria soglia con il mondo degli adulti, quelle luci basse a illuminare il feltro verde, con il nonno ancora giovane e la cenere della sua sigaretta tra le dita che scommetteva con la forza di gravità mentre aspettava il suo turno per abbattere gentilmente quegli omini bianchi e quello rosso che ogni volta che vedevo volevo prenderli per giocarci a casa. Mi ha fatto nostalgia, come libro, ma mi ha fatto anche notare come tante cose non sono mai cambiate, io così allergica ai cambiamenti.

Un qualunque libro di Fabio Volo

Una sera ero ad Ancona alla cena inaugurale della nuova casa di un’amica. L’occasione era splendida e la contentezza per un’amica che riesce a comprare casa, di questi tempi e con questi stipendi, è una conquista non da poco per la nostra generazione, specie se i genitori passano poco o nulla.
L’appartamento è uno di quelli spaziosi, in un palazzo che ha retto ai bombardamenti della seconda guerra mondiale, e ai terremoti, soprattutto quello devastante del 1972. Mancava ancora tutto, dalla libreria ai lampadari agli armadi, e c’erano solo i fondamentali: cucina arredata, divano, letto e bagno.
Io ero in uno dei miei periodi dei grandi perché cubitali e motivo delle mie domande era il successo commerciale di Fabio Volo.
Siccome facevo la ganza, mi era stato fatto notare che avrei dovuto leggerne almeno uno prima di parlarne male, così a quella cena tra muffin vegani, cous cous di verdure, affettati misti e litrate di birra, chiesi se qualcuna di loro avesse mai letto Fabio Volo. Più della metà rispose affermativamente.
Allora chiesi perché, ma la domanda fu accolta da un’alzata di spalle.
Provai con qual è il più bello?
E qui iniziò un bel dibattito.
Praticamente la sinossi dei suoi libri era: lui sfigato che incredibilmente tromba come un riccio e alla fine si innamora. Aggiunsero anche che non ce n’era uno più bello degli altri perché al terzo ti sembra di leggere la stessa storia del libro precedente, solo che cambiava l’ambientazione, uno a New York, uno a Parigi e via così. E fu allora che iniziò il tentativo di collocare titolo e ambiente e partirono una serie di Qual è il titolo di quello ambientato a New York? (titolo a caso) No, no, quello non era ambientato a Parigi? No, è (titolo), quello con la copertina con il mondo. Nooooo, è quello con in copertina la foto del bicchiere di latte. E poi era un mappamondo. Ecco, appunto, dov’è ambientato quello con il mappamondo?
Insomma, avanti così fino a che chiesi Chi me li presta?. Le ragazze hanno iniziato a guardarsi tra loro, aspettando incuriosite che qualcuna di loro rispondesse. Perché va bene leggerli, ma comprarli? Non scherziamo. E infatti, venne fuori che solo una ne aveva comprati, le altre li avevano presi in biblioteca. E sono quei due che, di fatto, ho letto. Inutile aggiungere che lo sforzo è stato immane e il ricordo uno dei più drammatici della mia vita da lettrice.
Al che, ho capito.
Siamo tutte colpevoli di aver letto un qualunque libro di Fabio Volo, ma il confondere così facilmente titolo e copertina, lascia la sensazione di poter dire di averlo fatto e non averlo fatto al tempo stesso.
Oltre a una mera cinica e reale considerazione che solo se ci sei dentro puoi capire. E cioè che il mercato ha bisogno di più Fabio Volo possibile perché solo grazie a quei successi commerciali, puoi avere la fortuna di vedere pubblicati libri di qualità, che venderanno sempre meno rispetto ai suoi, ma sapere che esiste la possibilità fa stare tanto bene. Poi c’è il difficile: saperli riconoscere tra i tanti Fabio Volo.

Uno qualunque dei libri di Luca Bianchini.

I libri di Luca Bianchini si trovano facilmente come quelli di Fabio Volo, cioè anche al supermercato, per cui tra un Orwell, un After, un Calendar girl, un Tolstoj e un Dostoevskij ti sembra che facciano parte della libreria immaginaria che ogni italiano dovrebbe avere in casa, ragione per cui hai l’illusione di averli letti tutti. Poi con la morte di qualcuno, tornano alla ribalta anche Eco e perfino Labranca che solo i veri cultori possono ricordare, che poi è come andare a cercare le recensioni di Alè Tran Tran di Mattotti in uno dei tanti cosiddetti blog di fumetto scritti da intenditori e scoprire che no, di Alan Moore (che è della serie ti piace vincere facile) righe righe e righe, ma Mattotti no, niente.
Comunque.
La scena è stata più o meno questa. Ero al cinema con le amiche, all’entrata superiamo un cartellone con Riccardo Scamarcio e Laura Chiatti su una Vespa sullo sfondo di un paese sul mare (Castellammare di Stabia, ma lo so perché ho imparato a parlare male di un libro solo dopo averlo letto).
Commento di una di noi: Questo è il film nel quale canta la Amoroso! Devo troppo vederlo!
Io: E’ tratto dal libro di Luca Bianchini.
Commento di una di noi: Chi?
Altro commento di una di noi: …
Io: In copertina ci sono due peperoncini di quelli antisfiga che teniamo in macchina su sfondo bianco.
Varie espressioni di non traducibile disorientamento.
Commento di una di noi: Ah sì, credo di ricordarmelo…
Momento di sospensione.
Aggiunge: …in libreria…
Altro commento di una di noi, la prima: Comunque nel film c’è la Amoroso che canta, devo troppo vederlo!
Serve altro?

Jack Frusciante è uscito dal gruppo, Enrico Brizzi.

Ora, per me Enrico Brizzi è uno di quegli autori imprescindibili, per cui di suo compro anche i libri che raccontano il meravigliuso gioco del calcio. E poi, facevo parte di quella generazione di riminesi che con Bologna aveva un rapporto speciale, perché della compagnia dell’epoca tutti, ma dico proprio tutti, studiavano in Emilia, esperienza che ha lasciato una passione per i film di Pupi Avati, la musica dei bolognesi (Dalla, Guccini, gli Skiantos, gli Stadio) e, appunto, i libri di Brizzi. Io, anche se stavo studiavo a Milano, fui comunque travolta da questa ondata di creatività bolognese e lessi Jack Frusciante è uscito dal gruppo solo nella prima edizione della Baldini&Castoldi perché quella della Transeuropa non riuscii a trovarla. Per altro, un’amica che studiava nello stesso liceo di Brizzi (classica famiglia bolognese che aveva, ha, la casa a Rimini alla stessa maniera dei milanesi con casa a Chiavari o Sestri Levante in Liguria) mi raccontò la vera storia e i veri personaggi, realmente esistenti, e lei aveva già letto una versione che girava al liceo prima della pubblicazione su scala nazionale. Inoltre, quello era il periodo in cui molti di noi frequentavano il Velvet, ascoltavano i Rage againt the Machine e tutta quella musica lì e si vestivano come si vestivano. Diciamo che Brizzi, per la prima volta per noi, raccontava qualcosa in cui era facile identificarsi, abituati ai mattoni letterari che ci facevano leggere ambientati nel 1800 in un’epoca in cui le Clark’s non sapevano nemmeno cosa fossero e si leggeva solo di dame e carrozze con il predellino. Fu moderno, attuale quanto meno, perché i luoghi erano quello che avevo visto anche io nelle mie gite a Bologna con gli amici, la musica era quella contemporanea e gli amori gli stessi.
Eppure, il dubbio che molti di quelli che hanno vissuto quegli anni non lo abbiano mai letto dicendo comunque di sì, mi è sempre rimasto. Figurarsi poi con l’aiuto del film con Stefano Accorsi che veniva dalla pubblicità del Maxibon (ma esordì in un film di Pupi Avati a proposito di bolognesi), se ti dicevano che no.
Essere fuori moda nel 1994 era come essere fuori moda oggi, solo che oggi con i social network siamo messi peggio.

Un qualunque Oscar Mondadori Classici Moderni (quelli con un opera d’arte su sfondo bianco e il dorso rosso) di autori del Novecento tipo “Il deserto dei Tartari” di Buzzati, “Il giardino dei Finzi – Contini” di Bassani, “Il fu Mattia Pascal” di Pirandello, “La coscienza di Zeno” di Svevo e simili.
Oppure un qualunque libro che ha vinto il Premio Strega.

A casa dei tuoi ci sono tutti, ma nella tua mensola dedicata ci sono solo i fumetti di Zerocalcare, il che va bene uguale.
E a meno che tu non abbia avuto degli insegnanti illuminati e appassionati che si dilungavano un po’ di più quando si arrivava a trattare il Novecento, di solito poi a una settimana dall’esame di maturità, questi titoli sai che esistono ma il loro contenuto è un mistero.
A meno che tu non abbia avuto insegnanti di secoli precedenti per cui l’impero Romano erano gli anni della loro giovinezza e quindi insegnare roba moderna equivaleva a scaldare la sedia aspettando la pensione dorata e che, al contrario, avrebbero dovuto scatenarti quel misto di curiosità per cui oltre alle correnti artistiche ti appassionavi anche alle correnti letterarie, ciao, continui a scambiare tranquillamente le danzatrici di Matisse con le polinesiane di Gauguin e Van Gogh è solo quello dei girasoli.
Per non parlare dei libri vincitori del Premio Strega, che rispetto ai Classici Moderni della Mondadori, appaiono e scompaiono nell’arco di un batter d’occhi.
A me è capitato questa estate di leggere “Caos Calmo” di Sandro Veronesi. Lo tenevo in libreria da ben undici anni, per la mia teoria dei libri e fumetti che ti chiamano al momento giusto. Il film non l’ho mai visto, ma a leggere le recensioni della pellicola c’è un particolare entusiasmo e comunione nel sottolineare la scena di sesso bestiale tra Nanni Moretti e Isabella Ferrari che è un po’ come dire che de “La vita di Adele” ci si ricorda solo della scena di sesso lesbico.
Ora, anche io non ho letto tutti i vincitori del Premio Strega, ma il Novecento mi è sempre piaciuto quindi quei titoli lì, sì, li ho letti.
Certo, sono sincera: non ho idea se mai leggerò l’ultimo Premio Strega di cui le vetrine sono ancora piene, magari in economica, forse.

Il gabbiano Jonathan Livingston, Richard Bach.

Di solito, la conversazione si svolge così.
“Hai mai letto Il gabbiano Jonathan Livingston?”
“E’ quello del gabbiano, no?”
E poi il tuo interlocutore ti guarda come per dire che domanda è? chiaro che l’ho letto!
Di solito, non è vero.
Ma se lo fosse, potrebbero anche continuare la frase dopo quello sguardo acido abbarbicandosi su un riassunto che suona più o meno così: non ci si ricorda più la ragione per cui Jonathan decide di volare per conto proprio, ma ci si ricorda che è una roba new age. Con tutto quello che ciò significa. Il che è già qualcosa sfidando la memoria di letture talmente lontane che sembra incredibile averle fatte trent’anni fa, eppure se ne hai quaranta, la matematica non dovrebbe essere un’opinione.
Ma la scena più bella accadde quando abitavo ancora a Rimini.
Compleanno di un’amica dell’epoca, quelle compagnie che si creano in determinati periodi della tua vita senza chiederti perché, gente che frequenti per un po’ e poi la vita fa il suo corso, e dietro lascia relitti di queste amicizie che anni fa sembravano fondamentali.
Questa ragazzetta carina carina era una di quelle indecifrabili, cioè che la guardi e non sai mai cosa pensa (con gli anni impari anche a domandarti se pensa a qualcosa), piena di anelli nelle orecchie, pelle olivastra, bracciale di pelle come andava di moda allora e il suo corpo stava diventando la palestra di tatuaggi tribali che dieci anni fa si allontanavano dagli standard dei giocatori campioni del mondo tutti scritte, numeri romani e disegnetti vari sulla pelle, perché sembra incredibile dirlo, ma anche i disegni dei tatuaggi sono soggetti alla moda del momento, tipo quelli che si facevano tatuare solo frasi tipo carpe diem o gli ideogrammi o i versi delle canzoni di De Andrè.
Insomma, festa di compleanno che poi era una birra in un locale vicino alla spiaggia e giro di regali, tra cui il mio che, appunto, era proprio questo libro qui.
Lo apre, sorride, mi guarda e nel modo più delicato possibile mi dice che era il terzo nel corso degli anni che le regalavano quel libro e che non capiva perché tutti pensassero che quel libro potesse assomigliarle, a lei che schifava con tutta se stessa i gabbiani perché li considerava degli uccelli sporchi e brutti.
Mi sono ripresa il libro e il giorno dopo sono ritornata in libreria a cambiarlo e prendermene uno per me.

Gomorra, Roberto Saviano.

Caso letterario del 2006, da cui è stato tratto il film omonimo e serie tv, e riedizione per i dieci anni con ospitata da Fabio Fazio inclusa.
Sorprendente che sia stato caso letterario, in un paese come l’Italia in cui ogni italiano ha il dovere quantomeno morale di sapere tutto delle associazioni mafiose. Non dico sapere esattamente il modus operandi delle varie Cosa Nostra (gente saltata in aria, o sciolta nell’acido o sparatorie), Sistema (esecuzioni e sparatorie), Ndrangheta (rapimenti e torture), eccetera eccetera, ma almeno le basi.
E sorprendente che di libri come questo, a parte quelli dei magistrati saltati in aria o ancora vivi (l’ultimo rimasto di quel pool antimafia Ayala), ce ne siano pochi. Intendo quelli non collusi con qualche parte politica che comanda, come quelli di Vespa per capirci, ma di giornalisti veri che ci dicono come stanno davvero le cose.
Ora tutti a dire state senza pensieri alla napoletana, per la serie tv, oppure a non averlo letto per scaramanzia perché la mafia è una roba brutta e che è lontano da noi.
Immaginate, dunque, la mia faccia nell’andare a un evento di Libera proprio qui, nelle Marche, a meno di un’ora da dove abito io, in una villa sequestrata dallo Stato e nella quale un usuraio e i suoi uomini richiudevano e torturavano persone ree di non aver pagato.
Ripeto: a meno di un’ora da dove abito io. Ma, certo, tanto è lontana.
Oppure non averlo comprato affatto perché il successo di Saviano sta sulle palle.
Be’, penso a come vive, perennemente sotto scorta, e del suo scrivere c’è rimasto solo Gomorra, l’unica testimonianza di quando era libero e poteva cogliere informazioni alla luce del sole. Il secondo, Zero Zero Zero, non credo gli sia venuto tanto bene, ma si dice sempre con il senno di poi, perché non si era capito che forse non lo uccidono, ma lo stanno facendo morire poco a poco, togliendogli la libertà. Che poi, nello schifo del discutere se lasciargli o meno la scorta, se gli sparano alla prima occasione (perché la mafia non dimentica, mai), li vorrei proprio vedere quelli che gliela paghiamo noi!
Ho la netta sensazione che la gente non abbia capito bene bene che la mafia (usiamo un termine comune a tutti) è ancora viva, forse non è più quella delle esecuzioni spettacolari e rumorose di fine anni ’70 e inizio ’80 e ’90, ma che sia viva è un dato di fatto, specie se andiamo a vedere i muri delle case crollate durante l’ultimo terribile terremoto tra Lazio, Marche e Umbria.
Oppure quelli che lo hanno comprato ma è ancora lì.
Oppure quelli che no, no, lo so che c’è ma non lo voglio sapere.
Che poi è l’omertà in cui sguazza la mafia, per cui queste cose non vengono fuori tranne dopo il coraggio di qualcuno che puntualmente muore.
Io l’energia negativa di quella villa non credo riuscirò mai a dimenticarla in vita mia, quel soffocamento, quella sofferenza che sudava da ogni muro e quella sensazione di morte nei garage dove quelle persone venivano tenute. Solo a ricordarle mi viene male.
Per cui, contenta se tutti quelli che lo hanno comprato lo hanno alla fine letto; sì, è duro, terribile, che lo leggi e fai fatica a credere che quelle cose siano davvero accadute, ma è un libro necessario.

Ne ho aggiunto uno, lo so, e da faceto questo post si chiude un po’ così, con la realtà che ci circonda. Ma comprendendo forse quali sono davvero i libri importanti da quelli anche no grazie.
Perché anche questo è Italia, il paese più bello sulla faccia della terra, dai panorami mozzafiato e dall’arte che tutto il mondo ci invidia, ma anche con qualche difetto.

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