uno strano venerdì tardo pomeriggio nel quale potrebbe anche segnare Llorente nell’anticipo di campionato

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Ho finito le sigarette.
Uffa. Di venerdì sera. E con l’anticipo di campionato al venerdì per la Champions di martedì.
È che ho tanta adrenalina, i disegni vengono fuori uno dietro l’altro come un incantesimo straordinario e smettere significa perdere il filo, sfilacciarlo, far evaporare quella magia.
Ma ho finito le sigarette.
E non esiste guardare la partita senza la pausa siga nell’intervallo.
Penso: se non sono le sigarette è qualcos’altro che mi farà sospendere quel flusso creativo mistico. Così, mi allaccio le Asics Mexico 66 Onitsuga Tiger bianche con le righe laterali blu e rosse ed esco di casa.

Fernando Llorente è un giocatore di calcio spagnolo che nella seconda metà degli anni duemiladieci ha militato nella Juventus di Torino: è uno di quei buoni attaccanti che si sacrifica nel rientrare nella fase difensiva e il cui gioco, sulla base degli schemi, è quello di sponda e facilitare gli spazi, aprendoli, per gli inserimenti dei compagni. Non è un fenomeno e spesso per la squadra rinuncia a ciò per cui viene pagato, cioè segnare preferendo appunto far segnare gli altri e non è un attaccante da numeri esorbitanti, ma uno di quei gregari che quando non è in campo te ne accorgi subito. È originario della regione della Navarra, confinante con la Rjoca (la regione del vino buono della Spagna) e con i Paesi Baschi, la cui squadra più famosa è l’Osasuna che quando gioca con l’Athletic Bilbao è quasi un derby. Anche se nella stagione 2014-15 il vero derby è stato quello con l’Eibar, una specie di Sassuolo spagnolo. L’Athletic ha questa particolarità per cui la sua rosa è composta solo da giocatori baschi o di origini basche (o, ampliando la tacita legge, giocatori che sono cresciuti nelle giovanili della regione), cosa che pensandola a freddo avrebbe potuto impedire successi importanti e invece è uno dei club più vincenti della Liga e condivide con il Barcellona e il Real Madrid l’esclusività di aver sempre giocato nella massima serie senza mai retrocedere. Llorente da Pamplona ha imparato a giocare proprio nella cantera rojiblanca dall’età di dieci anni per cui esordire nell’Athletic è stato più che naturale. Come ci sia arrivato alla Juve, lui che giocava bello tranquillo con la maglia biancorossa del Bilbao, venerato e amato per il giocatore che era (il suo soprannome è El rey leon, il re leone), è l’ennesimo modo di lasciar andare via un giocatore che probabilmente avrebbe dichiarato fedeltà eterna a quei colori e ai tifosi del San Mamés per rimpinguare le casse della società. Alla Juve, il suo rendimento è sempre stato altalenante; all’inizio della sua avventura bianconera aveva intorno talmente tanto scetticismo che solo a suon di gol è riuscito poco alla volta a far breccia nei cuori juventini, cosa che peraltro non accadde mai definitivamente e il fatto che potesse essere sempre la vittima sacrificale dei nuovi acquisti nel reparto offensivo è sempre stata più che una realtà. Quando nell’estate 2014 arrivò Alvaro Morata, giovane madrileno sopravvalutato e che doveva solo farsi le ossa, fu naturalmente Llorente che ci rimise, facendo vivere ai tifosi una staffetta continua che divenne grottesca e che fu una delle poche certezze della stagione. Così come è una certezza che quando gioca Llorente è più probabile che rimanga a secco che non vedere il suo nome nel tabellino dei marcatori.
Guardo il cielo che sta imbrunendo e penso che le partite contro le piccole sono sempre ostiche, soprattutto nel girone di ritorno nel quale ogni partita per loro è una finale del mondo perché devono fare più punti possibili per non scendere in Serie B. Ma la Juve essendo la Juve ha quella grinta che vorrei avesse il mio sfigato Milan, reo solo di avermi abituato così bene che i disastri degli ultimi anni sono totalmente sconcertanti. Ultimamente poi mi è nata quest’ammirazione per la società bianconera e le sue scelte lungimiranti di mercato che mi fanno ammettere che si meritano quello che hanno. Ammiro sempre le società che investono bene, sopravvivono e soprattutto, cosa da non dare mai per scontata, costruiscono, costruiscono la squadra del futuro in visione di avere sempre una squadra competitiva (i cartellini dei migliori giovani che giocano nelle piccole sono tutti di proprietà della Juve) e di tornare a formare l’ossatura della Nazionale.
È una serata talmente strana, nell’odore dell’aria, nella luce evanescente, nel panorama della vallata che accende le prime luci della sera che, penso, potrebbe anche segnare Llorente. Sì, è la serata giusta per un gol di Llorente.
Chissà cosa si prova a vivere quotidianamente con la sensazione che la tua testa sarà sempre la prima a saltare quando la società deciderà i nuovi acquisti e a dover sempre dimostrare che vali molto di più di quello che ti concedono.
Ho iniziato ad apprezzare Llorente e il suo sacrificio, forse perché anche io ero una giocatrice gregaria, una di quelle dal tiro buono e dalla corsa macchinosa e che doveva giocare in mezzo perché mancava sempre un centrocampista e io avevo una buona visione del gioco e i miei passaggi filtranti meritavano il numero 8 sulle spalle sognando invece il raro regalo della fascia sinistra per i miei cross a giro. Ma differenza di Llorente non ho mai conosciuto quella sensazione perché quando giocavo io di alternative ce n’erano poche ed era già miracoloso arrivare ad avere sufficienti squadre per un campionato.

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La salita per arrivare in paese è quella che ultimamente salgo da quando l’altra salita diretta è chiusa per lavori da qualche mese. Giro l’isolato e arrivo alle scalette sotto il campo di calcetto dietro la palestra dove, ho scoperto, giocano le partite di pallavolo ufficiali del Montemarciano.
Le scalette all’ultimo gradino hanno quattro piastrelle divelte appoggiate al muretto del corrimano e passo dopo passo, eccolo lì, il campetto dalla recinzione rotta, dalle reti delle porte sfilacciate che se segni non sai se la palla è entrata perché ci sono buchi talmente grandi che l’emozione dell’espressione gonfiare la rete è un eufemismo e le foglie secche sul perimetro del terreno sintetico sono gli spettatori usuali e non paganti di qualche lambreta e di qualche panenka regalati loro.
Di palloni però, nelle mie passeggiate delle sigarette da comprare, ne ho visti solo due: usurati entrambi, uno, quello sgonfio, dai colori sbiaditi e che doveva avere dei pentagoni arancioni oggi giallo sporco, si nascondeva sotto le foglie; l’altro, quello gonfio, dai pentagoni bianchi e rossi, ha retto due giorni, incastrato tra la rete di una porta e un palo della recinzione pericolosamente pendente verso la traversa, sostenuto solo dal cemento del muretto non del tutto crepato.
È con quello che gioco, presa da un impeto da vecchia gloria che calcava quei campi un giorno sì e l’altro pure, entro nel campetto aperto e recupero il pallone.
Non so quanto tempo palleggio e corro e tiro, mi sembra un’eternità ma forse è solo mezz’ora. Eppure l’emozione del cuore che pompa e i polmoni che sembra scoppino nel petto, addormentati dalla sedentarietà degli ultimi tempi, si risvegliano in gesti che sembravano dimenticati e invece sono sempre stati lì, un fuoco sopito cui basta una sola scintilla per ravvivarsi. Mi accorgo subito dei miei limiti: la potenza e la velocità del tiro oggi è quasi persa, la tecnica c’è ancora (è un po’ come sciare, non lo dimentichi mai, una volta imparato, nel corso della vita) e anche la precisione.
Non so quanti tiri a giro faccio con il mio sinistro, ma so che su tutti quei tiri la mia mente è collegata al piede e se pensa la piazzo lì, sì, la piazzo ancora lì. Prendo anche tre pali di fila, ragionandoci sempre sopra, due appena sotto il sette sulla sinistra e uno direttamente all’incrocio del palo destro.
Corro appesantita su quel sintetico verde: non sarebbe nemmeno malaccio come campetto a parte le pozzanghere continentali che si formano quando piove e, se non si usano le scarpe dalla suola adatta nel momento in cui ti stoppi per dribblare, le caviglie rimangono lì e il corpo si invola verso la porta. A scivolare nemmeno a pensarci, ti fai delle brugole che ti bruciano la pelle da qui all’eternità.
So solo che quel tempo che mi concedo per avere di nuovo un pallone tra i piedi mi fa sentire talmente viva che mi riprometto di gonfiare il pallone che ho a casa e dedicare sedute quotidiane allo sgambettare sul campo.
E so anche che non lo farò e che devo tornare a casa per preparare la cena e godermi l’anticipo del venerdì sera, anche perché giocare appena mezz’ora, per me, oggi, è pari a perdere un polmone.
E so che, nella migliore delle ipotesi, mentre fumo la sigaretta del dopo pranzo del sabato, sentirò l’echeggiare del fischio dell’arbitro nella vallata della partita del Montemarciano a Gabella e che, siccome non c’è stato verso di trovare anche solo una striminzita fotocopia dei turni degli incontri dei biancoblu marchigiani, correrò giù al campo per vedermi giusto il secondo tempo.