il film su tonya harding è bellissimo

È uscito il film “I, Tonya”, semplicemente “Tonya” in Italia. Io avevo 19 anni quando arrivò dagli Stati Uniti la notizia della buona Nancy gambizzata dalla cattiva Tonya. Ebbene, il film (che racconta anche questo episodio, l’unico per cui viene ricordata la Harding) è bellissimo.

Nel 1991 a Minneapolis ai Campionati Nazionali di figura di pattinaggio su ghiaccio, Tonya Harding, promessa della disciplina ma poco apprezzata dai giudici e dai media – per la fisicità e l’ancor meno femminilità del suo muoversi sui pattini -, esegue per la prima volta nella storia di questo sport un Triple Axel.
Troppo lungo da spiegare come esercizio, ma tipo si salta all’indietro, si rotea tre volte e ci si riappoggia con l’altro piede sulla lama inclinata: una roba pazzesca e difficilissima.
Lei, la poco amata Tonya da Portland, Oregon, riesce (ha il coraggio di provarci quantomeno) un esercizio che solo alle ultime olimpiadi invernali di PeyongChang 2018, per dire, è stato rieseguito, cioè quasi venticinque anni dopo.
Certo, altre atlete ci sono riuscite, ma si contano comunque sulle dita di una mano.
Nel 1994, a Detroit, durante gli allenamenti per le Nazionali, Nancy Kerrigan, dai media ribattezzata “la rivale” e al contrario della Harding amata dagli stessi e perfetto stereotipo della brava ragazza americana, viene gambizzata con un colpo sul ginocchio da uno sconosciuto.
Verrà fuori che lo sconosciuto ha un nome e che nelle surreali indagini e surreale e grottesca sequenza di eventi, il tale ora con un nome era stato mandato dal marito di Tonya, Greg Gilloy e un altrettanto surreale e grottesco amico di lui.
Tonya non fu esente dalla condanna (ancora oggi è un mistero se lei sapesse o se sia stata davvero complice), ma fu l’unica a pagare per tutti e al prezzo più alto: bandita dalla federazione e impossibilitata a gareggiare, privandola di fatto dell’unica cosa che sapesse davvero fare bene, e cioè pattinare.

“Tonya” è un film bellissimo.
Non so perché ricordo tutto così bene, ma a ogni fotogramma dicevo: è vero! dissero così!, un vaso di Pandora su un accadimento impolverato. Ma ricordo molto, tanto, io c’ero, vedevo in diretta quei servizi; si è sempre abituati a vedere film su storie lontane, lontanissime a volte, o anche se c’ero già ero davvero troppo piccola per ricordarmene, ma avevo 16 anni quando fece il Triple Axel e 19 alla sentenza. Praticamente ieri.
“Tonya” è un film bellissimo, dicevo.
Non vuole riabilitare la Harding e nemmeno “l’episodio”; vuole umanizzare la Tonya sportiva, la Tonya pattinatrice, il cui talento sui pattini era davvero di quelli unici.
Il film racconta i primi anni, il rapporto con la madre e racconta il contesto nel quale Tonya cresce e porta a comprendere come situazioni per molti assurde, per lei fossero semplicemente la quotidianità.

Ci sono due frammenti del film totalmente eloquenti a riguardo: il primo viene raccontato dalla stessa Tonya nella famosa e introvabile intervista di lei con la frangia, mentre fuma, vestita con un improbabile giubbotto di jeans con ricami di pizzo sulle spalle e stivaloni texani sotto il ginocchio, nel quale dice (parafraso): “Per un colpetto (Nancy) ha piagnucolato così tanto, io che venivo picchiata ogni giorno non mi sono mai lamentata.” È un’intervista che ricordo perché ne vidi un pezzo e venne pubblicizzata con un titolo tipo “Tonya Harding torna a parlare”, una roba simile, ma è abbastanza chiarificatrice della sua realtà disturbata.
Il secondo invece è quando Tonya, arrivata per l’ennesima volta dietro a chi è meno brava di lei, rincorre un giudice e gli chiede perché, perché le danno sempre punteggi bassi, non veritieri sulle prove. Lui, desolato ma fermo del suo pensiero, le dice che si dia pace, lei non racchiude l’idea immaginaria che il pubblico vuole, quello della brava ragazza americana con una famiglia felice e sorridente dietro. Lei risponde quasi disperata, lei una famiglia così non ce l’ha, e dice: ma non potete votare ciò che sono sul ghiaccio?
Fa quasi pena. Eppure sul ghiaccio non ci sono botte, non c’è il trucco che copre i lividi (c’è, ma sul ghiaccio è un’altra cosa), sulla pista c’è tutto il suo mondo, l’unico che valga la pena avere.

Poi il film racconta anche quanto i media abbiano costruito per creare la rivalità, quanto i giornalisti abbiano manipolato qualunque notizia. Nel centro lei, sola, tesa, impossibilitata a fidarsi di chiunque eppure lì, sul ghiaccio, ad allenarsi duramente per gareggiare.
Era la storia perfetta: nemiche/amiche; bionda/mora; ricca/povera (va da se che anche la Kerrigan non navigasse nell’oro, il padre faceva tre lavori per permetterle le lezioni, i costumi e le iscrizioni alle gare, ma era una povertà alla Flashdance, con quel senso di sogno e di brava ragazza che ce la fa, mentre la Harding sparava e riparava i motori); educata/grezzotta (va da se #2 che la Kerrigan a Disneyland, costretta dagli sponsor a stare sorridente vicino a Topolino disse, inconsapevolmente ripresa: “Che cazzata, non ho mai fatto niente di più patetico in vita mia.”. Al che, da ciò, fu difficile per i media stessi sostenere la buona educazione della Kerrigan e da lì la storia della rivalità tra le due si sgonfiò), femminile/mascolina. C’erano tutti gli stereotipi possibili e abusati poi dal circo mediatico.

Il film finisce con le immagini vere di allora, del suo Triple Axel del 1991.
E mentre la disegno nell’istante della sua gioia, incontenibile, appena eseguita la Storia, penso: è per questo che dovrebbe essere ricordata, per i suoi occhi iniettati di felicità, la sua postura mentre continua la prova, il suo sorriso stampato in faccia. Per questo, penso.
Non era bella Tonya; anzi, a disegnarla emergono ancora di più i difetti del volto. E non aveva nemmeno un gran gusto: i costumi se li cuciva da sola, il trucco sempre pesante, piuttosto era l’immagine dell’americanotta di provincia, quel kitch che per dire Lebowsky è un personaggio riuscitissimo. E proprio ai Coen si arriva, perché a tratti sembra un loro film.
A disegnarla e a vederla interpretata magistralmente da Margot Robbie, quasi che, più di vent’anni dopo, tifi un po’ di più per lei perchè hai creduto agli sciacalli senza conoscere nulla di lei e della sua vita.
E poi quell’amaro in bocca per la Tonya atleta. Ha davvero vinto poco, pochissimo, per quello che era sul ghiaccio.
Ma forse chissà, meglio che rimanga per sempre quel Triple Axel, quello sì, non glielo potranno mai togliere.

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