jeffrey, zadie, marc e gli altri

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c’è una luce rosa nel cielo del tramonto che sta regalando la natura in questo momento. il sole continua il suo giro e, sebbene il verbo spegnersi sia ingrato, rende però la poesia di questo attimo dalle ombre inesistenti e dai colori spenti. la notte arriverà prima che possa accorgermi che, mentre scrivo queste righe e ho la mente occupata sui tasti del mac, è già in atto; alzerò gli occhi dallo schermo e quel cielo che ho provato a colorare in un “mabino&ilino” (risultato passabile a parte la carta non proprio adatta all’acquerello) sarà definitivamente scomparso e rimarrà solo nei miei ricordi e nell’inizio di questo articolo, nell’ennesima notte che sancisce la resa della quotidianità.
se c’è una cosa che hanno in comune Zadie Smith, Jeffrey Eugenides e Marc Levy è di aver fatto il botto con il loro primo romanzo. e anche se con botto intendo successo (parola più che mai abusata e, oggi, a ben scrutare, assolutamente interpretabile soggettivamente oltre che scevra di significato se non identificata con il numero esorbitante di copie vendute), evidentemente devo riformulare il concetto botto=successo. quando sento la parola successo echeggia nelle mie orecchie ciò che ne pensava Pasolini a riguardo, espresso in una, se non unica, presenza televisiva in un programma condotto da Enzo Biagi. quindi, parlare di successo per i primi libri degli autori citati sopra è vero nella misura in cui il procedimento per cui questi libri sono stati onorati di una traduzione in italiano è semplice mera operazione commerciale, indi un agente a una fiera del libro ha intortato un editore che lo ha proposto al pubblico del suo paese; poi il circo intorno ha fatto esattamente ciò per cui è pagato, seguire il gregge e parlarne, sui giornali, sulle riviste, nella paginetta striminzita dedicata delle riviste di moda come MarieClaire ed Elle, negli approfondimenti dopo il tg, sui blog e sui siti (anche se i libri di cui parlo furono esenti dalla visibilità dei social), approfittando della notizia del momento e usarla come martello pneumatico fino a che, anche non prestando particolare attenzione rimane tuttavia assimilato, è proprio quel libro lì il primo che si compra entrando in una libreria. e non è assolutamente scontato che sia di qualità.
ho invaso anche il tavolo della cucina con un disegno 50×70 che sulla scrivania del mio studio non ci sta. o meglio, ci starebbe se non fosse invasa da tanta di quella roba che a scriverlo adesso mi domando davvero cosa sia e perché io abbia tante cose inutili a limitarmi lo spazio, tanto da dover sloggiare. è l’ultimo lavoro che finirò prima di partire. finirò il corso di fumetto ai miei bimbi a gatteo e questo disegno, un po’ come a chiudere qualche porta prima di aprirne un’altra: frase che mi è sempre rimasta da “tutti insieme appassionatamente” che, insieme a “il piccolo lord” è uno di quei film che andrebbe molto rivalutato e andrebbe fatto vedere alle nuove generazioni. ma si sa, si apprezza sempre qualcosa quando o non c’è più o viene riscoperta per una nuova effimera moda.
Zadie Smith, inglese, Jeffrey Eugenides, americano, e Marc Levy, francese, hanno scritto rispettivamente “denti bianchi”, “le vergini suicide” e “se solo fosse vero” e se il primo ha suscitato critiche entusiastiche sul meltin pot (che sarà poi un classico delle storie della Smith) e del riuscire a raccontare una grande storia odierna di una famiglia orchestrandone i fili come il miglior burattinaio, il secondo e il terzo hanno visto la trasposizione cinematografica come ulteriore riconoscimento.
poi, certo, i ragazzi hanno continuato a scrivere; libri un po’ meno acclamati, libri un po’ meno celebrati, ma comunque meritevoli di una traduzione all’estero. anche perché quando il tuo primo libro è il tuo capolavoro, be’, con tutto l’amore del mondo, credo sia molto difficile ripetersi.
non hanno scritto libri brutti, intendiamoci. al contrario, Eugenides con il secondo “middlesex” ci ha vinto pure il Pulitzer, ma sicuramente meno indimenticabili. o così potrebbe sembrare.
confesso che sono fedelissima solo ai primi due; ho nella mia libreria e letto (ma non è mai scontato aver comprato un libro e poi averlo letto) tutti i volumi della Smith e di Eugenides. con Marc Levy ho avuto quel lampo improvviso che è durato il tempo che normalmente dura: due o tre libri successivi al primo e poi, a meno che non si voglia rientrare negli Harmony, credo che uno scrittore debba considerare l’idea che scrivere la stessa storia camuffata all’infinito prima o poi stanca il lettore (che proprio scemo non è). però Levy era quel libro pausa tra un libro che ti cambia la vita e un altro che ti fa innamorare, per cui penso che sia un buon compromesso.
in comune, la Smith, Eugenides e Levy però hanno avuto proprio questo: il loro primo libro è indimenticabile. gli altri sono indiscutibilmente bellissime letture che qualcosa comunque lasciano.
la Smith è bravissima nel mescolare famiglie integrate in paesi diversi e crearne situazioni sentimentali e sociali per cui lo scorrere della lettura è piacevole. Eugenides, nella migliore tradizione americana, ha questo impulso nel raccontare grandi epopee famigliari nascondendo sempre il filo del vero perché ci racconta quella storia, affascinato dal “diverso” nel mondo reale che continua a non accettare e a non capire. Levy, architetto di formazione, infarcisce le sue descrizioni con un linguaggio tipico degli studi intrapresi condendolo con quella magia del possibile/non possibile che fa sembrare tutto magico.
in quella che io chiamo narrativa leggera, i primi libri di questi autori sono doverosi, gli altri, come scrivevo sopra, sono bellissime letture.

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dopo “denti bianchi” del 2000, Zadie Smith decise di distaccarsi dal mondo letterario concedendosi lavori da editor e di docenza di scrittura creativa in quella bolla di sapone delle università americane, così incline ad ambienti che, dall’italia, si rimane sempre affascinati, così pregni di meritocrazia e sanguinanti cultura, alla “wonder boy’s” di Chabon (divenuto poi un film con Michael Douglas) tipo. ritorna nel 2002, forse affrettandolo con “l’uomo autografo” di difficile comprensione, mentre con “della bellezza” del 2005 ritorna al meltin pot a lei tanto caro e ne viene fuori un libro con personaggi dalle personalità ben precise, divertenti, tragiche, poetiche mossi dalle tele di trame che poi confluiscono. se ne sente la passione, la voglia di scrivere della Smith e del volerci raccontare un’altra storia familiare odierna tra inghilterra e stati uniti. il penultimo “NW”, in prima edizione cartonata con copertina con le alette, è ancora lì, sullo scaffale, in attesa che mi chiami e venga il momento giusto per lui. la Smith nel 2013 pubblica anche “the embassy of cambodia” che però ho il sospetto che in italiano difficilmente sarà tradotto anche perché siamo già nel 2015. l’odore di un libro nuovo, la prima volta che si prende in mano e le dita lasciano che le pagine solletichino i polpastrelli. la copertina è quella morbida delle edizioni economiche, spesso molto più belle e maneggevoli dei volumi rigidi da prima edizione; molte tra quelle che posseggo della Smith sono seconde edizioni, proprio perché le copertine rigide le trovo insopportabili.

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Eugenides fa uguale e forse è per questo che scrivono ancora. dal 1993, anno di pubblicazione de “le vergini suicide” devono trascorrere ben nove anni prima di dare alle stampe nel 2002 il libro Pulitzer del 2003, quel “middlesex” bellissimo, anche commovente nel finale, epopea greca in terreno americano, per poi dover aspettare il 2011 per “le trame del matrimonio”, epopea di un altro genere e ambientata principalmente negli anni ’80. indimenticabile il primo, bellissimo il secondo, piacevole il terzo, mettiamola così. io ho letto prima “le trame del matrimonio” e poi “middlesex” anche perché “le vergini suicide” ormai lo conosco a memoria e credo sia il percorso giusto, per goderseli a pieno.

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Marc Levy esordisce con “se solo fosse vero” del 1999 da cui poi trarranno un film assolutamente trascurabile con quella che quando ride assomiglia a un chihuahua Reese Whiterspoon e Mark Ruffalo uscito solo nel 2005 dopo che Spielberg comprò i diritti cinematografici appena il libro venne pubblicato dando all’architetto un’anticipazione del cosa significa quando il dito della fortuna e della ricchezza punta nella tua direzione. la storia e la sua struttura, ricordo, la trovai tipo acerba o almeno, come dire, avete mai la sensazione di leggere qualcosa che non è stato modificato dalla prima stesura? questa sensazione durante la lettura di “se solo fosse vero” è sempre stata con me, finanche l’idea che i cliché e le scene a effetto fossero messe dove sono state messe in maniera scolastica, come un bravo studente che dietro ai consigli dell’insegnante di sceneggiatura prova ad applicarli per la prima volta. però la lettura scorre, non è a tentoni, fila liscia che quasi quando si arriva alla fine si potrebbe sindacare sulla scelta di uno di queste scene a effetto. ricordo che, in maniera del tutto umana, soppesai il finale, mi domandai il perché scelse proprio quella soluzione e mi interrogai sul classicissimo “e io come lo avrei fatto finire?” immaginando un finale più romantico. continuai a comprare e leggere i libri di Levy, quantomeno i due successivi, ma non me li ricordo proprio. avete presente quando vi ricordate di un libro che avete letto solo perché è nella parte di libreria dei libri letti eppure niente, non vi ricordate nulla di nulla della trama, dei nomi dei personaggi, nulla? osservo la libreria e i volumi di Levy successivi a “se solo fosse vero” non reclamano un senso nella mia vita, campeggiano sulla mensola, tutti insieme (mi piace che i libri degli stessi autori siano vicini, almeno questo nel disordine imperante del mio studio) senza pretese di non aver lasciato ricordi. e Levy ne ha scritti poi di libri; da solo ne ha scritti più della Smith e di Eugenides messi insieme. che poi scrivo anche cazzate: dopo “se solo fosse vero” comprai solo “dove sei?” che, questo sì, ricordo mi lasciò con quella sensazione da presa in giro (quella di cui sopra per cui una storia è la stessa ma scritta in un altro modo) e mi stancai quasi subito, anche perché la copertina aveva gli stessi colori del primo libro, la fattura sembrava la stessa e a me sta sul cazzo quando le case editrici giocano per vendere una roba rifacendola quasi uguale a quella che ha stravenduto perché pensano che il lettore sia deficiente e lo indirizzano verso qualcosa che già conosce e ha il ricordo che gli è piaciuto. che poi io sia strana ormai non è una novità, ed è sbagliato anche questo: io non sono strana, particolare magari, ma sono una a cui piace andare in libreria, fisicamente, e spulciare i volumi sulle mensole, sfogliandoli, aspettando che mi suggeriscano che sono loro! (sono io! mi sussurra) quelli che devo avere nella mia libreria, un po’ come le ragazze che vanno a fare shopping e spulciano in un outlet tra miriadi di colori e di vestiti ammassati e riescono a trovare il capo bello in un mare di niente, ecco, io lo faccio con i libri. e poi ho comprato “se potessi tornare indietro” in preda a una lettura che potesse piacere anche a mia mamma e la scena è stata surreale: io davanti a una libreria stipata di libri e non ne vedevo uno che valesse la pena di comprare. per curiosità vado a vedere quale edizione sia di “se potessi tornare indietro”, se Rizzoli o Bur.
arrivo.
sto arrivando.
olè, eccomi. Rizzoli, la prima edizione schifocartonata. che non ho ancora letto. ecco perché me ne ritrovavo tre di Levy nella libreria!
ecco.
ovviamente, c’è un gusto soggettivo comune in questi libri, che poi è quello che piace principalmente leggere a me. pur leggendo un po’ tutto per cultura generale, so ormai quali storie mi tengono lì e mi fanno venire voglia di girare la pagina. anche perché poi scrivo di ciò che mi piace.
gli altri del titolo sono gli autori di cui ho comprato e letto e, a guardare la libreria, oggettivamente, hanno raggiunto livelli di fedeltà pari alla Smith e a Eugenides. tipo, Michael Cunningham, Matteo B.Bianchi, giusto per citare qualche italiano, oppure Lorenza Ghinelli, anche di Ethan Hawke ho i due libri pubblicati (e da quello che so gli unici scritti dall’attore) in italia e poi, sì, gli altri in generale. Enrico Brizzi più o meno, oppure Linn Ullmann (giornalista/scrittrice figlia dell’attrice Liv Ullmann e del regista de “il settimo sigillo” Igmar Bergman per la quale uno potrebbe avere il tarlo della raccomandazione, però è anche vero che non si è in italia e questa gente è svedese, gente completamente diversa) e, se giro lo sguardo, rivedo i periodi in cui leggevo i libri sulla filosofia del surf oppure quelli beat o mi ricordo un periodo che ero flippata con storie ambientate nella San Francisco degli anni ’70 e ’80. mi flippavo per un tema e ciao, leggevo quello che trovavo sull’argomento fino a che non si esauriva l’interesse o fino a quando ritenevo di averne saputo abbastanza da farmi una base di cultura generale. be’, certo, epoca Pennac, epoca Nick Hornby, epoca De Carlo, epoca dei classici da Proust a Stendhal, insomma un percorso plausibile per una lettrice che rientra nel 14,3% dei cosiddetti lettori forti secondo una statistica dell’istat.
ma su tutti, gli altri è anche, e soprattutto, Giorgio Bassani. per la sua scrittura e le sue storie ho un rispetto referenziale degno di un discepolo con il suo maestro. non ho mai comprato tutti i suoi libri proprio perché so che sono a tempo determinato, prima o poi finiranno e io li avrò letti tutti, così, negli anni, mi sono inventata questa tecnica di psicologia al contrario per cui ne compro uno e lo leggo e poi passo ad altro, lasciando trascorrere diverso tempo tra una lettura e l’altra.
Fernando Pessoa diceva che “la letteratura è la via più gradevole per ignorare la vita” e, come ogni citazione, va presa con le molle, ma su una cosa sono d’accordo: la gradevolezza.
ecco perché, bambini di tutto il mondo, spengo il pc e mi faccio coccolare dal divano e mi butto tra le pagine di un libro per l’ennesima avventura.

 

 

 

 

 

 

 

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