Perché il capodanno organizzato a casa con un boccione di rosso da cinque litri è il migliore

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Non è vero, non è meglio, ma il capodanno in casa con gli amici rimane un must di stagione.

Dopo l’uscita Montemarciano dell’autostrada A14, in qualunque direzione si vada – da o per Ancona -, per raggiungere Chiaravalle, cittadina marchigiana poco più grande di un paese, c’è un’unica strada. Una gettata di asfalto, due corsie tagliate dalla linea di mezzeria bianca, continua e tratteggiata, taglia a sua volta campi sterminati coltivati.

Il limite consentito è dei 70 chilometri orari ma appena fuori dalla rotonda che indirizza i guidatori nelle direzioni, una stradina impercettibile sulla destra, di ghiaia, arriva a un casolare. Uno dei tanti, a dire il vero. Di solito cartelli scritti su un cartone con un pennarello indelebile pubblicizzano i prodotti di quelle terre, ma quel casolare no, rimane alla fine della stradina sconnessa, dignitoso, vecchio.

Da lontano, ci si accorgerà di qualche auto che alza il polverone nell’immettersi sulla provinciale o in senso contrario, appena imbucata. E se la si percorre, accanto al casolare finirà in una specie di spiazzo, fine naturale della stradina, davanti solo altri campi e dietro al casolare troverà una porticina che invita a un magazzino. Dentro, due immigrati magrissimi e dagli abiti dismessi di chi ha lavorato nei campi fino a quel momento, peserà e venderà le verdure di quei campi, raccolte in cassette di legno e di plastica. Verdure di stagione, certo, ma anche latte e i possibili derivati, dai formaggi agli yogurt. E il vino, in boccioni da cinque litri.

Il contadino è un uomo rozzo, tamugno, appesantito dal cibo, col naso e le gote rosate di chi non si fa mai mancare a tavola un mezzo litro di rosso, i capelli brizzolati e voluminosi che nascondono chieriche, se è presente in magazzino ti dice che il vino lo fa lui, in due tipi: il Lacrima e il Conero.

C’è stato un periodo della mia vita che le verdure le compravo dal contadino; scendevo dal paese, lungo la via che arrivava al campo da calcio del Montemarciano calcio, lungo la stessa via che oggi presenta un’autovelox sempre acceso, dritta alla rotonda dell’autostrada e poi a sinistra e a destra, sobbalzando sulla stradina di ghiaia. Palloni di cavolfiori, verza, zucche, insalata sporchissima di terra, bietole e poi il vino, nel boccione di vetro.

Nel mio fumetto “Il Giorno più Bello” a un certo punto Vanessa arriva tardi a casa di Eva: il pollo è freddo, le due litigano ma sulla tovaglia a quadretti bianchi e rossi da trattoria c’è un boccione di vetro verde e qualche spanna di rosso dentro.

Non è lo stesso boccione ma è molto simile a quello che finì a tavola durante un capodanno, a casa da me quando ancora abitavo in paese. Non che fossi sprovvista di beveraggi naturalmente, ma lì, ingombrante, metteva tranquillità: sigarette a parte, il vino non sarebbe mancato.

Una volta consideravo la fine dell’anno come “la fine”, la fine di qualunque cosa io avessi scelto avrebbe dovuto cessare di esistere nella mia vita, alla Bridget Jones, con i suoi propositi per l’anno nuovo. Propositi che a volte sono riusciti e, il più, mai.

Così tanti fine anno sperando di trascorrerli indelebilmente, di ricordi preziosi: sono elenchi di luoghi, persone, tempo che non esistono più. Quell’anno a Cesena, nella villa di un amico dell’epoca; quell’anno a lavorare a San Vittore di Cesena al ristorante; quell’anno in un capannone smerciato come discoteca e pubblicizzato come festa imperdibile; quell’anno che, tornata a casa appena poco dopo mezzanotte, accesi la televisione e guardai un filone di film da Blade Runner a Fuori orario; quell’anno che passai da sola, nella vecchia casa del borgo, a disegnare per una consegna. Poi sono arrivati loro, i capodanno in casa, complici l’età adulta e la poca voglia di fare festa in giro con sconosciuti spingevano nell’attorniarsi solo di amici che rappresentano la famiglia, il quotidiano insindacabile. Da allora, tanti, gli ultimi cinque soprattutto: ascoltando i botti fuori dalle finestre, le grida, l’illusoria gioia di un momento.

Accendo la lanterna sul davanzale. Le luci delle decorazioni natalizie brillano nel pomeriggio che scurisce. Il labrador dei vicini di fronte mugugna qualcosa. Qualche bicicletta passa scampanellando a qualche pedone che occupa troppo marciapiede. I panni stesi involontariamente si assetano dell’umidità della prima sera. Non è ancora capodanno. Qualche auto viene parcheggiata per non essere più guidata, fino al nuovo anno. Il vicino della casa a fianco è uno di questi: spegne il motore, apre lo sportello posteriore e lo scarica lui, insieme a una cassa di bottiglie dal portabagagli del suv ibrido, anche un boccione di vino rosso da cinque litri.

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