Si muore un po’ per poter vivere

Attraverso le parole della canzone di Caterina Caselli “Insieme a te non ci sto più”, l’odissea di Leonardo Bonucci dopo anni di Juventus nella sua unica stagione, quella del 2017/18, nel Milan, nefasta e fallimentare nel caos societario, prima del ritorno in bianconero.

Insieme a te non ci sto più
Guardo le nuvole lassù

Devono essergli sembrate così, le nuvole, a Leonardo Bonucci seduto vicino ai dirigenti su uno sgabello nella tribuna dello Stadio Do Dragao a Porto, la notte del 22 febbraio 2017 mentre la Juventus giocava l’andata degli ottavi di Champions contro la squadra locale. Partita poi vinta che stava a significare che senza Bonucci si poteva giocare, e vincere.
Il turno di campionato precedente, Massimiliano Allegri e Leonardo Bonucci avevano avuto quella che il tecnico livornese aveva definito ai microfoni di Mediaset “un’incomprensione” riguardo ai cambi di giocatori stanchi. Juventus – Palermo finisce con Bonucci che corre negli spogliatoi dopo aver mandato a quel paese il suo allenatore e Allegri pizzicato dalle telecamere che insulta il difensore, reo di avergli detto di cambiare Marchisio affaticato. L’incomprensione viene ripresa come argomento della domenica e anche facilmente messa da parte nell’attesa dei turni di coppa e della quotidianità, se non fosse che “l’incomprensione” forse non è tale vedendo Bonucci sconsolato fuori dalla gara. Si parla di punizione. Si dice che qualcosa sia accaduto. Si vocifera di multe dalla società e si discute sul potere di Allegri supportato dalla società stessa. I meme sui social si scatenano e qualcuno azzarda a una possibile cessione, ma sono chiacchiere da bar, è appena fine febbraio, ci sono ancora le Coppe e si entra nella fase calda della stagione, il mercato di riparazione per altro è chiuso senza colpi eclatanti e ci si concentra su altro.

Cercavo in te la tenerezza che non ho
La comprensione che non so
Trovare in questo mondo stupido

La comprensione non arrivò mai, al contrario si aggravò così tanto che non fu mai chiarito se nell’intervallo della finale di Champions League a Cardiff contro il Real Madrid i due arrivarono davvero alle mani. Fu così grave che nel luglio del 2017 il Milan, apparentemente tornato ai fasti del secolo scorso, apparentemente con una società sana e piena di soldi, annunciava con squilli di trombe un mercato altisonante e Leonardo Bonucci come nuovo difensore rossonero.
La comprensione che non so trovare in questo mondo stupido, un mondo bagnato dalla pioggia della capitale gallese, evidentemente, dopo il 4 -1 subito dal Real Madrid.
La comprensione che sembrava avesse invece nel rigenerato Milan, tentandolo con un aumento sostanzioso dell’ingaggio e promettendogli la fascia di capitano e volto principale di questo nuovo corso cinese.
La comprensione di un Bonucci sorridente nelle foto di rito col pollice alzato, un sorriso forzato a riguardare oggi quella foto, non vero ma semplicemente di rito, perché si deve fare così.

Quella persona non sei più
Quella persona non sei tu
Finisce qua
Chi se ne va che male fa

Leonardo Bonucci nasce a Viterbo.
La sua carriera inizia come quella di tanti altri; gioca nella Viterbese come centrocampista per essere arretrato a difensore da Carlo Perrone fino a essere comprato dall’Inter che poi lo manda in prestito tra Treviso e Pisa fino al Bari di Giampiero Ventura pre Torino e pre C.T. della Nazionale.
Negli ultimi anni dei 2000, Giampiero Ventura è un allenatore che si è sempre contraddistinto per l’umiltà del lavoro e dello stile di gioco, un masticatore di calcio di provincia su campi polverosi e privo dei riflettori da palcoscenico, con le giuste soddisfazioni come promozioni di categoria e, soprattutto, la capacità di capire i giovani e lanciarli nel calcio che conta, o quanto meno dare loro una prospettiva.
Quando Bonucci arriva nel Bari di Ventura, si avverano le definizioni di cui sopra: il Bari è una buona squadra, il suo gioco lo si ricorda ancora e i suoi giovani appetibili sul mercato. Tra di loro, proprio Bonucci che cresce come difensore e approda in una Juventus che non è la Juve di questi ultimi anni dei 2010, ma una società e una squadra che deve ancora riassestarsi: Andrea Agnelli ne diviene il nuovo presidente formando in quei mesi l’organigramma dei vertici, da Marotta a Paratici, in panchina viene scelto Luigi Del Neri e la Juve squadra è praticamente in piena ricostruzione, dai debiti del nuovo stadio di proprietà e dal colpo del ritorno nella massima serie dopo la stagione in B.
L’acquisto di Bonucci non fu accolto da applausi scroscianti proprio per questi motivi di ridefinizione della juventinità in quanto tale, Del Piero giocava ancora e tanta strada andava ancora percorsa. Per cui, quando nel corso delle stagioni, Bonucci inizia a diventare una colonna della difesa e della juventinità, assurgendo a un posto in classifica tra i giocatori più antipatici sul podio insieme a Sergio Ramos e Zlatan Ibrahimovic, inizia anche a diventare il futuro capitano degno di vestire quella maglia fino alla fine della sua carriera.
Inoltre la Juventus che, stagione dopo stagione, acquisiva certezze e potenza societaria, ridefiniva anche regole come la squadra è più importante del singolo e i tifosi avevano visto prima lasciare Del Piero, poi venduti Vidal, Tevez, Pirlo, Pogba con enorme rammarico ma certi che gli storici sarebbero rimasti per sempre.
E invece.
Nel momento nel quale Bonucci lascia la Juventus, anche solo pronunciarlo ad alta voce sa di battutaccia o scemata detta male: le maglie col 19 sono una garanzia di vendita e anche se si è parlato di lite con Allegri, i puristi non ci credono.
Non ci credono nemmeno i tifosi che avevano già comprato le maglie col 19 sulla schiena appena saputa la notizia: emblematica la foto di due di loro allo stadio che hanno scocciato nome e numero 1 e ci hanno scritto Higuain con un pennarello blu.

Io trascino negli occhi
Dei torrenti d’acqua chiara
Dove io berrò…….
Io cerco boschi per me
E vallate col sole più caldo di te

Non che Milano sia soleggiata in confronto a Torino, ma è palese che la vera sorpresa dell’addio di Bonucci alla Juventus sia la destinazione, cioè quel Milan che non sembrava essere così appetibile per un calciatore del calibro del difensore, abituato a partite di alto livello e non certo al Milan da oratorio degli ultimi anni. E con questa juventinità così appiccicata addosso. Va da se che ci sono stati periodi non facili per Bonucci e famiglia e probabilmente la sua scelta è stata dovuta più alla distanza che non al vero affetto per i colori rossoneri, credo anzi che la Juventus non l’avrebbe lasciata mai, ma questo lo sapremo solo tra dieci anni e forse più in uno di quei bei amarcord alla Guerin Sportivo.

Insieme a te non ci sto più
Guardo le nuvole lassù
E quando andrò devi sorridermi se puoi
Non sarà facile ma sai
Si muore un po’ per poter vivere

Si muore un po’ per poter vivere che è quello che probabilmente ha pensato Bonucci nel purgatorio della sua unica annata milanista. Gli ultimi anni di Berlusconi presidente sono stati terribili in confronto al lustro degli anni ’90. Quando si iniziò a parlare di proprietà cinese molti tifosi scherzarono sul fatto che almeno la parola Milan non ha “r” come Inter detta Intel quando a sua volta venne comprata prima da Tohir e poi dal gruppo Suning.
Il Milan dopo gli anni berlusconiani passa con moltissime difficoltà, ritardi e poca chiarezza a una non bene precisata proprietà cinese. Fassone e Mirabelli come amministratori delegati e dirigenti garantiscono quantomeno la politica e la burocrazia degli affari. I fantomatici cinesi arrivano con un non ben precisato portafoglio gonfio di soldi e il calcio mercato estivo sbotta di fuochi d’artificio e colpi che fanno ingolosire e finalmente sognare i tifosi rossoneri.
Zvone Boban, indimenticato centrocampista croato e ora dirigente FIFA, è il primo però che sottolinea l’assenza di grandi nomi ma solo mucchio di giovani da far crescere e giocatori medi sempre utili ma non decisivi.
Vincenzo Montella, successore di Sinisa Mihajlovic il cui Milan francamente non mi dispiaceva e che era stato scaricato dopo aver conquistato la finale di Coppa Italia, aveva il compito di raccogliere le ambizioni rossonere dopo un mercato a dir poco sontuoso oltre che esoso.
Patrick Cutrone, giovane attaccante del vivaio, si mette in luce nelle amichevoli estive e mette in difficoltà Montella nelle scelte tra gli altri nuovi acquisti del reparto, Andrè Silva, sponsorizzato da Cristiano Ronaldo e che si prende sulle spalle un pesantissimo numero 9, e Nikola Kalinic, croato da sempre tifoso del Milan dopo stagioni onorate con la maglia viola della Fiorentina che scomoda un altro numero del bel Milan che fu, il 7 di Andriy Shevchenko.
Bonucci arriva come volto nuovo del nuovo Milan cinese, il volto su cui puntare per il rilancio con il suo 19 sulla schiena. 19 scelto da un altro acquisto del sontuoso mercato rossonero, Frank Kessie che sceglie il 79 cedendo il suo atalantino 19. Non va meglio a Montolivo che si vede togliere la fascia dallo stesso Bonucci e il ruolo da Biglia arrivato dalla Lazio, acquisto quest’ultimo che, come Bonucci, non ha mantenuto le promesse.
Ma il Milan parte male. Ombre sulla dirigenza e risultati che iniziano a mancare dopo una fase di rodaggio obbligatoria ma che proprio non quaglia, a Natale Vincenzo Montella viene sollevato dall’incarico e sostituito da Gennaro Ringhio Gattuso, il quale porta carica e voglia, anche se il 2 – 2 a Benevento col Benevento, pareggio segnato dal portiere Brignoli, rimarrà negli almanacchi e nella zona remota della memoria di quei milanisti che lo hanno vissuto ma che è troppo incredibile per credere comunque ai propri occhi.
Qualcosa si sveglia, persino Andrè Silva che segna all”89simo l’1 – 0 contro il Genoa in una partita complicata, per ricordare uno dei tanti episodi; la squadra inizia a girare, c’è euforia e sembrerebbe esserci una direzione. A risultati però altalenanti, fino agli ottavi di Europa League nei quali il Milan gioca contro l’Arsenal dell’ultimo anno di Arsene Wenger, squadra abituata a certi palcoscenici, retrocessa dalla Champions e che si conquista la semifinale dopo i quarti. Le partite contro gli inglesi evidenziano il divario enorme e anche in campionato il Milan ne risente. Più che per meriti propri, la nuova Europa League rossonera 2018/19 è un demerito delle altre squadre, Atalanta e Fiorentina per prime, anche se tra Tar e ricorso l’estate del Milan è travagliata ma il patch della competizione la Puma può cucirlo sulla manica.
Si muore un po’ per poter vivere: probabilmente per Bonucci tornare alla Juventus è un po’ come tornare a vivere dopo l’inferno milanese.

Arrivederci amore ciao
Le nubi sono già più in là
Finisce qua
Chi se ne va che male fa

Non è da biasimare in fondo: il Milan non ha mantenuto le promesse e il caos societario ha influito notevolmente nella scelta di rientrare alla Juventus. Probabilmente, per il suo unico anno in rossonero, Bonucci si è costantemente chiesto chi glielo avesse fatto fare, anche se soldi e orgoglio a parte c’è un motivo, quello familiare, che non viene mai toccato, ma che risulta imprescindibile. I figli sono cresciuti a Torino, la moglie e la famiglia ha provato a vivere a Milano, ma snaturare praticamente una vita non è stato facile soprattutto per chi, come la famiglia Bonucci, può scegliere e concedersi quasi ogni lusso, salute permettendo; parrebbe inoltre che Bonucci abbia vissuto in albergo nel suo unico anno a Milano, situazione che non poteva durare.
È l’1 agosto 2018, un mercoledì di sole sulla costa adriatica delle alte Marche, un mercoledì afoso in un’estate fresca, quando la notizia viene ufficializzata dopo giorni che se ne parlava.
Bonucci rientra alla Juventus in cambio di Mattia Caldara, giovane di prospettiva che insieme ad Alessio Romagnoli potrebbe diventare la nuova linea difensiva anche della Nazionale. Caldara diventa ufficialmente rossonero senza diritto di recompra, mentre Gonzalo Higuain è in prestito oneroso, cioè che se fa bene viene comprato, detta terra terra.
Il verso della canzone è un’arma a doppio taglio: può essere letto sia nell’addio sia nel ritorno alla Juventus, sia nel definitivo addio al Milan. Da tifosa, chi se ne va che male fa per quanto visto da Bonucci sul campo quest’anno, senza togliere nulla alla professionalità del giocatore, sembrerebbe si sia preso un anno sabbatico e non mi pare abbia onorato la maglia come un tifoso vuole vederla indossare. Tanto male in effetti non fa, chi se ne va.

Arrivederci amore ciao
Le nubi sono già più in là
Arrivederci amore ciao
Le nubi sono già più in là

Arrivederci sicuro, amore non direi, ciao eccome.
Il titolo di questo articolo doveva essere un rimproverante e rimproverato “Non sei mai stato il MIO Capitano”, non perché Bonucci non si sia dimostrato un professionista serio, ma semplicemente perché vederlo vestire la fascia indossata da Baresi e poi da Maldini fino anche a Montolivo – che a mio parere ha subito troppi insulti gratuiti rimanendo, al contrario di Bonucci, sempre fedele ai colori rossoneri -, mi faceva sanguinare gli occhi, non si incastrava, non era proprio cosa insomma. Mi ha sempre dato la sensazione di retrogusto amaro, come la bottarga, la quale se la prendi bene è squisita, ma se entra nel naso risulta indigesta.
Gli amori sono altri, quelli che rubano il cuore, quelli per giocatori a volte nemmeno annunciati, non certo perché te li devono vendere.
Leonardo Bonucci non è mai stato il mio Capitano. O quantomeno non l’ho mai sentito tale nonostante soldi, interessi e promesse la facessero da padrone: doveva essere il volto nuovo del nuovo Milan, è stato uno dei tanti che è passato senza lasciare traccia.
Non mi dispiace che sia tornato alla Juventus, forse non l’ha neanche mai lasciata davvero. E chissà se riuscirà a riprendersi il suo 19, finito sulla maglia di Mattia Perin, nuovo portiere della Juve ed ex capitano di un Genoa sempre glorioso nella sua caduta libera costante.

Era il 1968 quando Paolo Conte scrisse per Caterina Caselli la canzone Insieme a te non ci sto più.
Due anni prima, la cantante chiamata Casco d’oro per la pettinatura che portava e che rimase leggendaria, partecipava al Festival di Sanremo con la canzone Nessuno mi può giudicare scartata da Adriano Celentano che preferì cantare Il ragazzo della via Gluck con la quale ottenne un buon numero di vendite ma nulla in confronto all’oltre un milione del singolo della Caselli.
Mia madre, ragazza in quegli anni, è rimasta fortemente legata da quei ricordi tambureggianti di quell’Italia che si risvegliava, nel costume e nella politica, nella crescita economica e nell’emancipazione in un decennio che finalmente si toglieva di dosso le ceneri della guerra per poter davvero avere e guardare a un futuro, qualunque esso fosse. Per cui, nella vecchia casa nel borgo, non mancavano il giradischi e i 33 e i 45 giri, fino alle musicassette, e le canzoni degli anni ’60 io le conoscevo prima di ascoltare gli idoli dei miei, di anni, gli ottanta nei quali sono cresciuta. È anche per questo retaggio che guardavo ogni anno il Festival di Sanremo in netta contrapposizione al più giovane Festivalbar, che avrebbe dovuto essermi più consono, veicolato alle sere d’estate nelle quali i miei uscivano e io e mia sorella avevamo accesso alla televisione liberamente.
50 anni dopo è la colonna sonora perfetta per il ritorno in bianconero di Leonardo Bonucci dopo una stagione tormentasissima e arida di risultati nel Milan, iniziato da Vincenzo Montella e finito con Rino Gattuso, nel mezzo di un caos societario dovuto a proprietari cinesi insolventi e imbarazzanti.

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