L’estate senza Mondiali

L’Italia non parteciperà al Mondiale di Russia 2018. È un’onta talmente grossa che ancora molti di noi, me compresa, non riesce ancora a crederci. Pur avvicinandosi al calcio d’inizio, ogni qualvolta si parla di Mondiali e si osservano i gironi è automatico cercare visivamente il nome dell’Italia, che però non c’è. Allora sopraggiunge la rassegnata realtà.
Come si trascorre un’estate senza l’Italia al Mondiale?

Un giorno dell’estate del 2014 vado al tabacchi – edicola.
Abito ancora in paese. Fumo ancora le sigarette Chiaravalle, delle quali conservo un bel ricordo.
Mi avvicino al reparto fumetti e osservo i titoli esposti. Il libro che sto leggendo è un tomo troppo pesante e impegnativo per bruciarlo con la mente al pascolo, ho voglia di un fumetto ma non so quale, forse però una rivista rimane più idonea all’aria di vacanza che si respira.
Con le amiche ci si vedrà nel fine settimana in quella che, nel tempo, un tempo poi non molto lontano, diventerà la nostra spiaggia, quella che diventerà il surrogato della spiaggia dei ricordi d’infanzia, a Senigallia, in un bagno nel quale ci sentiamo a casa. Io da riminese accolta nelle chiusissime Marche sento tanto questa faccenda della spiaggia. Un riminese è così legato al suo bagno che c’è una simbiosi inossidabile: non lo lascerà mai per davvero, e sarà sempre lì. Io per prima, ancora oggi, pur non ritrovandomici più, penso che la mia spiaggia sarà sempre al 16 e al 15 di Marina Centro coll’ombrellone 105 che mi porterò per sempre nel cuore.
Continuo a sfogliare volumetti con carta uso mano, prendo Dylan Dog sotto la gestione Recchioni che mi incuriosisce assai e cerco qualcos’altro che riempia la mia inquietudine cartacea.
Poi lo vedo.
Lì, in un angolo, nella scansia più in alto, a fianco di altre riviste simili e quelle dei motori e del basket.
Vedo il Guerin Sportivo e lo speciale (il GS Extra) sul Mondiale di Brasile 2014.
Ho amato il Guerin Sportivo fin dal 1986 quando dio van Basten planò sulla terra e mi fece milanista per sempre. Poi, la vita, semplicemente, porta da altre parti. Non compravo il Guerino da lustri.
Non ebbi esitazioni e comprai anche quello, oltre alle sigarette, in due mandate perché ero uscita con solo 5 euro la prima volta.
In spiaggia, quella domenica, tra bagni, chiacchiere, birre ghiacciate che diventavano calde nell’arco di pochi minuti, mi sono goduta la lettura del Guerino con un gusto che non provavano da tempo. E i ricordi hanno preso il sopravvento su quanto quella lettura fosse così piacevole, così bella, e anche così nostalgica di un tempo che non tornerà più. Quattro anni dopo, la stagione estiva inizia a fine maggio. Sirolo e una delle sue spiagge, quella di San Michele, ci accoglie e ci dà il benvenuto alla stagione 2018.
A novembre del 2017 però nello spareggio per il Mondiale Italia – Svezia accade qualcosa che dovrebbe rientrare nelle probabilità, perché nulla è scontato nella vita e nello sport, ma che sembra così impossibile che possa davvero succedere che si parla dell’altra possibilità (non andare al Mondiale cioè) sempre con un’intonazione comunque improbabile, senza crederci veramente, in frasi con moltissimi ma e se, che si sa non valgono nulla di fronte alla realtà dei fatti.
Il problema è quando quei se diventano fatti veri, inopinabili, definitivi.
Accade davvero di vedere le lacrime di Buffon e i calciatori a terra affranti dall’obbiettivo clamorosamente mancato: l’Italia è fuori dal Mondiale.

In novembre stava per tornare l’inverno.
I sensi iniziavano a raffreddarsi, c’erano giorni nei quali alle 16 era già buio, il lavoro, la pioggia, la neve, la casa nuova, la vita, il campionato, le coppe, insomma, distrazioni ce n’erano tante, l’estate era lontanissima, per cui sì, la notizia era scioccante ma non sembrava così vera. È stato come dimenticarsi apparentemente della tragedia e tuffarsi totalmente nel calcio mercato, nel campionato, nel Napoli favoloso di Sarri, tuffarsi in altro che non fosse quello. E “quello” della conferenza stampa post gara vergognosa di Ventura che si scusa ma non si dimette, di un commissario federale come Tavecchio che temporeggia anche lui, entrambi così venali da inscenare un raccapricciante tira e molla per di fatto l’ultimo bonifico all’ex allenatore del Torino, dello stesso che passaggia sulla linea laterale col volto smarrito durante la partita a San Siro contro la Svezia, che comanda a De Rossi di scaldarsi e lui si scalda in un altro modo, rosso di rabbia a urlare qualcosa come “Cosa entro io, a fare? Dobbiamo vincere, non pareggiare!”, un teatrino imbarazzante che amareggia, ma che si raffredda, come il fiato in nuvolette di vapore condensato, come i ricordi appena vissuti e quel gennaio che è meglio aspettare. Il Guerino di gennaio è indeciso nella sua copertina, cita Elio e le Storie tese nella sua “Terra dei Cachi” (altro caso in quel Sanremo di vergogna tutta italiana) Italia sì, Italia no, mette Roma e Juventus che esultano a un gol di Dzeko e Dybala, meglio pensare che Roma e Juve sono tra le otto d’Europa della Champions e almeno loro tengono in alto il calcio italiano (anche se la Roma è americana ma sono dettagli), mentre un Immobile steso in terra con le mani sul volto è appena una striscia sotto il nome della rivista.
È stato un inverno mite alternato a punte di gelo devastanti che hanno portato finanche la neve al mare, imbiancando spiagge e riempiendo profili Instagram di paesaggi lunari che non si vedevano da tempo. Sono anni ormai che fa così, ci si abitua a tutto. Ma il ritmo lento dell’inverno aveva mascherato molto, troppo, di ciò che poi sarebbe accaduto verso la fine di maggio.
Ci si è tuffati a piombo sul finale di un campionato che non si vedeva da anni di dominio juventino incontrastato, questo della stagione 2017/18 (l’ultimo del Milan in Adidas e del suo ritorno nelle Coppe). Il Guerin Sportivo di maggio (il giornale va in stampa ovviamente prima) mette in copertina Higuain e Mertens urlanti nell’attesa della gara, si pensa decisiva, col titolo “La verità”. E come sempre non sarà in quella partita che verrà fuori la verità, ma paradossalmente in altre meno di richiamo, giocate in stadi lontani da Torino e da Napoli.
Aprile è stato un mese emozionante calcisticamente. Il dramma Astori il mese prima e poi la morte di Mondonico cala una tristezza tra calcio di una volta e moderno che mista ai risultati e ai simboli riavvicina molto al vero senso di questo sport. Magari è durato poco, però questo campionato ha regalato un’umanità rara. Tante partite che non valevano solo i punti in palio, ma avevano storie dietro che a loro volta ne raccontavano altre. Il non essere presente in quelle realtà ha alterato i significati, ma assicuro che nelle città, in quei microcosmi di persone che si svegliano, fanno colazione, si vestono e vanno allo stadio con i loro abbonamenti e i loro biglietti, quell’universo parallelo di quotidianità da stadio, di chiacchiere, di amicizie, di viaggi, masticato nei gesti che sono diventati comuni anche solo nel sapere a memoria il cancello da cui entrare, le scalette in cemento gialle e grigie da salire, il seggiolino dai numeri sbiaditi, i significati ce n’erano eccome, diventando, a ricordarli, quel giorno lì, quel momento lì, per tanti prezioso.
Napoli e Juventus hanno ribattuto colpo su colpo, fino a quel 22 aprile nel posticipo della domenica della 34sima giornata, allo Juventus Stadium ora Allianz, quando verso la fine della partita Koulibaly, difensore marmoreo cresciuto sotto la guida di Sarri arrivando a essere un pilastro della difesa, sale in cielo con uno stacco imperioso e buca la rete bianconera su un calcio d’angolo. Io ero con I. a teatro, un bellissimo spettacolo al Teatro Sperimentale di Ancona, “4,5,6” di Mattia Torre, autore di Boris e de La linea verticale; quando compro i biglietti mi dimentico totalmente della possibilità di quel posticipo, così faccio spallucce e mi godo il teatro che è anche da un po’ che non ci vado, ma accendo Radio1 al volo appena salita in auto. La voce di Repice è cadenzata ed entusiasta, sembra di essere allo stadio a vederla quella partita. Poi l’urlo: il mare di Marina di Montemarciano a destra, quel lungo tratto di campi e ferrovia e la strada stretta che da direttamente sugli scogli, un tratto splendido di mare, il buio del cielo e della linea dell’orizzonte unite in un fondo scuro intangibile, l’urlo di Repice che dice “Kouuuulibaaaalyyyyy!!!” che riempie l’abitacolo dell’auto. Marzocca è davanti e, intorno, in una parte di Italia lontana da quella lingua di Marche, festeggia caldamente, davanti alla televisione, nei bar, nelle strade, alla radio come me in quell’istante. Confesso: festeggio anche io. È che non essendo tifosa della Juve, sì, applaudo, ma dopo un po’ da a noia e spero vinca qualcun’altra. E speravo nel Napoli, più che altro perché uno scudetto a Napoli vale sette della Juve, e c’è una storia da raccontare: di cosa si racconta quando la storia è sempre uguale? E infatti persino il Guerino va in difficoltà con la copertina dell’ultimo numero e si salva solo per il GS Extra per i Mondiali.

I Mondiali, appunto.
A metà maggio, quando le giornate iniziano ad avere un aspetto più estivo, le partite senza le italiane iniziano ad attrarre meno. Addirittura capita che organizzi una cena il sabato della finale di Champions. A maggio poi finisce tutto, giusto la Serie B regala ancora qualche emozione, la sorprendente e bellissima cavalcata dell’Empoli, il Parma che completa quattro promozioni storiche (D, C, B e A) e finisce che esulta con Alessandro Lucarelli in maglia rossa con la croce bianca esultante in Liguria a La Spezia annunciando poi il suo ritiro dal calcio giocato, un buon Venezia, un Frosinone che canzoni di Calcutta a parte è sempre lì, un Cittadella che bazzica da anni in zona alta, insomma un bel campionato lungo lungo che alternato alle amichevoli della Nazionale, trainata prima da Di Biagio e poi da Mancini nuovo C.T. sul quale porre nuove speranze – amichevoli che essendo fuori dal Mondiale hanno perso totalmente in fascino e interessanti giusto per la nuova seconda maglia nera dell’Argentina dopo anni di blu -, fino all’impresa della Nazionale femminile che, sì, questa Nazionale fa sognare, ritorna al Mondiale vent’anni dopo. Naturalmente il fallimento della maschile attira più attenzione, c’è chi ne cavalca l’entusiasmo e i paragoni si sprecano, alcuni anche poco eleganti per altro, perdendo di vista ciò che conta davvero: un movimento, quello femminile, che ha bisogno di cura, di strutture, di crescita, di sponsor e di meno analogie, perché il calcio femminile è uno sport diverso da quello maschile, per valori, soldi sicuramente, e modo di viverlo, semplicemente, e soprattutto pregiudizi, motivo per cui atlete come Alex Morgan negli Stati Uniti o Barbara Bonansea che scendono in campo con lo smalto e il waterproof o a suo tempo prima che smettesse Louisa Necib servono per farli crollare, questi maledetti pregiudizi, e combattere l’ignoranza dilagante.
Così, quelle amichevoli della Nazionale di Mancini assumono appena una possibilità di scelta nella noia del panorama dei programmi sul digitale, una dicitura come i Wind Music Awards, niente di più.
Ma ancora nulla del colpo allo stomaco che l’assenza dell’Italia al Mondiale di Russia 2018 porterà.
In fondo, l’estate non è ancora veramente iniziata. Se ne annusa l’odore, se ne sente l’umidità sulla pelle, se ne percepisce la voglia (la pizzeria da asporto del quartiere ha messo i tavolini fuori e i vicini hanno iniziato le grigliate in giardino), se ne uccidono le zanzare, ma non è ancora quella che fa passare completamente la lucidità nel lavorare; per altro, vivendo in una città di mare sono riuscita ad andarci appena una volta, e nell’altro unico fine settimana serio di sole ero a un festival di fumetti per lavoro e siamo già a metà giugno. Persino Augias ha finito la stagione con il suo “Quante storie” per non parlare di Paolo Fox che il venerdì ha lasciato milioni di italiani privi dell’oroscopo del fine settimana. Tutto sembrerebbe portare a quell’unica ineluttabile verità: l’inizio della bella stagione e, con essa, un altro inizio, quello del Mondiale.
È che non se ne parla molto. Ci fosse stata l’Italia, da un mese a questa parte i media avrebbero intasato e inventato qualunque programma televisivo e radiofonico da desiderarne solo la fine, del Mondiale, ma così anche io che non mi perdo un aggiornamento sento la fiacchezza delle notizie. Non c’è enfasi nel raccontare gli atterraggi delle altre nazionali, non c’è interesse nel raccontare i ritiri, non c’è attenzione ai dettagli e poi anche i giornalisti sono propensi alla simpatia o quantomeno devono inventarsi e capire i gusti di quel poco pubblico che è rimasto. Le prime pagine degli altri sono stancamente le nostre, a volte persino trafiletti ‘che non sono affari nostri, tra un acquisto al calciomercato e i casini del Milan dei cinesi. O meglio, diciamo che anche i giornalisti devono portare a casa uno stipendio, quindi per correttezza di informazioni fanno i servizi, ma solo perché devono. Manca completamente quell’attesa e quella trepidazione che solo la propria Nazionale ai Mondiali crea. Il fatto poi che non saranno trasmessi dalla RAI (ma neanche da Sky) e per la prima volta sulle reti Mediaset assomiglia a un ribaltamento del mondo tale da creare scompensi: non sono agilissima nei cambiamenti ma non ne sono contro, è che così radicali lasciano un attimo destabilizzati.
Sky un po’ si impegna per altro, va da se che per fortuna c’è anche più attenzione a quegli sport spesso completamente oscurati da un evento come un Mondiale, mentre la RAI al massimo crea un canale digitale (Radio1Sport) che ovviamente diventerà il mio principale ascolto mentre disegno, almeno fino ai primi dieci giorni di luglio.
Per altro non aiuta nemmeno che si giochino in Russia, un paese così inospitale e così freddo, dentro e fuori, che passa proprio la voglia; il Brasile di quattro anni fa almeno era colorato, ballerino, con evidenti problemi e notevoli rivolte, ma quantomeno dava l’idea di un paese nel quale accadono cose, anche di cuore, nel bene e nel male. La Russia sembra quei tappeti con il pelo dell’orso bianco o, peggio, di pelle di zebra che andavano di moda a cavallo dei ’70 e degli ’80 sotto i quali si nasconde la polvere, quell’apparente (a chi piace) bellezza macchiato di orrori nell’arrivarci. Certo è che aver vissuto gli anni del comunismo dopo quelli di piombo ma soprattutto i favolosi ’80 hanno creato un immaginario che tra Rocky e Ivan Drago (e il suo “Ti spiezzo in due” che ancora viene detto), la nazionale di Euro ’88 e il generale Lobanowsky, la CCCP sulle maglie e a scuola che si diceva “Col Cavolo Che Perdo”, i CCCP di Lindo Ferretti, la New York degli ’80 e la grafica “I <3 NY” di Milton Glaser su tutte le magliette e le mugs, la Guerra Fredda nel mondo e la Democrazia Cristiana e il Partito Socialista in Italia, Andreotti e la mafia, Craxi, gli americani che sostenevano Videla e poi Pinochet, l’Argentina e le Falkland, Chernobyl e la nube tossica e radioattiva nei cieli d’Europa, insomma, un immaginario tale che non hanno aiutato molto nell’operazione simpatia i russi, aggravata persino nel giudizio dal turismo massiccio di una decina d’anni fa nella riviera romagnola.
Come se non bastasse, l’essersi risolti sull’effetto nostalgia è oltre modo fastidioso. Probabilmente lo avrebbero fatto ugualmente, ma riempire il palinsesto su ciò che eravamo con titoli come Nostalgia Nazionale amareggia di più. Si rispolverano persino le generazioni di campioni passate, come il meraviglioso decennio ’86 – ’96 della Under 21, quasi a sottolineare involontariamente l’aridità dei giocatori di oggi. Ieri sera ero talmente annoiata che mi sono guardata il film del Mondiale 2006, per dire, perché lo hanno trasmesso naturalmente, sul 34 Mediaset Extra per la precisione. Immagino il panico dei dirigenti e dei produttori quando sono stati costretti a rivedere i palinsesti dopo aver investito in programmi poi cancellati, immagino le riunioni inutili dopo il risultato dello spareggio con la Svezia, le promesse a chissà chi (redattori, ballerini, vallette, giornalisti, presentatori, registi, cameraman, operatori vari, stagisti, insomma tutto un mondo di televisione concreta), gli sponsor che salutano, pizzerie e locali con già gli abbonamenti e SIAE incombente (ma del non dovere pagare la SIAE si è contenti), un’intera economia che, passatemi il termine poco elegante, va completamente a puttane. Perché l’esclusione dal Mondiale, non riguarda solo i giocatori e il sistema FIGC e Italia in generale: riguarda la vita di tutti e, soprattutto, di un’economia che non può permettersi onte simili. Immaginate le pizzerie d’asporto quanto guadagneranno in meno, immaginate voi stessi (perché io sì, mi ci vedo eccome) non organizzare serate con gli amici e una pizzata per vedere la Nazionale, ma improvvisare e sicuramente non stare in casa davanti alla televisione, immaginate quante belle serate facendo aperitivo in spiaggia, quanto incasseranno in meno gli stessi locali nei quali si fa aperitivo che avranno i televisori spenti finanche nemmeno angoli predisposti ad accoglierli, immaginate i gadget, dai poster alle agende agli inserti, ai fumetti celebrativi (lo fa bene nientepopodimenoche la Marvel qui), alle pubblicità giocate sull’argomento, immaginate la ragazzina che cerca nei negozi una maglietta blu elettrico perché ha il fidanzato che la sera guarderà la Nazionale e perché non vuole sfigurare e poi fa brutto vestire una maglia da calcio, meglio una canotta nuova da abbinare ad altro, immaginate le aziende che non produrranno bandiere tricolore e nemmeno magliette fasulle da vendere a poco nelle ceste del Lidl, immaginate la nuova maglia della Nazionale che magari comprata prima del fallimento diventerà buona giusto per il calcetto come la maglia con il cognome Matri che sua volta diventerà tipo cimelio come la maglia del Bologna con il cognome Nervo, immaginate il bambino che non chiederà la maglia di insigne ma quella più costosa di Cristiano Ronaldo, insomma un fallimento che influenza altri sistemi e altri lavori.

Una delle edicole del quartiere Saline a Senigallia è gestita da un ex calciatore: ha giocato tra le altre che ha citato nella Vis Pesaro, nel Gubbio, nella Fermana, nel Senigallia stesso, una carriera umbro – marchigiana tra C e D di tutto rispetto per essere stata vissuta negli anni ’90, a suo dire anni molto ricchi, anche per un giocatore come lui che di limiti ne aveva, ne era consapevole e non poteva aspirare alle serie maggiori, eppure il suo gruzzoletto lo ha fatto, dice. A me piace fare le chiacchiere, sono un umarello nel corpo di una quarantaduenne che ha amato il calcio degli anni ’80 e ’90 facendone un culto, per cui quando l’edicolante mi raccontava degli spareggi della C2 del giugno del 1992 io ero lì, famelica, ad ascoltarlo mentre li contestualizzavo nel ricordo storico, politico e sociale.
Il giorno prima ero passata da lui a comprare i fumetti, il nuovo Linus con la copertina strabiliante di Bacilieri nell’omaggio a Pazienza e le figurine. Lo stesso pomeriggio mi appare la notifica della pagina Facebook del Guerin Sportivo che mi avvisa l’imminente uscita del numero con lo speciale sui Mondiali, così l’edicolante mi rivede ancora.
Mentre all’asilo vicino i bambini lanciano coriandoli in aria e sui marciapiedi festeggiando la di lì a pochi giorni chiusura della scuola, mentre io finisco nel video di uno dei genitori che vuole immortalare il momento, mentre alcuni muratori di una delle case di via Marche ripiastrellano il vialetto di una palazzina e parlano del Mondiale in una pausa, mentre il sole è alto e scalda e le chiacchiere del quartiere, al bar, in edicola, dal fruttivendolo, al supermercato iniziano a farsi assonnate e lente, io torno a casa col Guerino incellofanato sotto il braccio. Il giorno prima, ascoltando SkySport24, un giornalista diceva che guardando i gironi del Mondiale gli faceva ancora effetto non vedere il nome dell’Italia: non ci feci caso, ci pensai anche io ma priva di convinzione in istanti poco concentrati nei quali si da per scontato qualunque cosa. È una specie di rifugio, l’idea che c’è qualcosa che è sempre uguale, come i Mondiali o gli Europei sulla RAI, per esempio, come l’Italia al Mondiale, per esempio.
Poi strappo la plastica del Guerino. Lo sfoglio velocemente, perché tanto in copertina c’è sempre la stessa foto da sette anni a questa parte e cioè la Juventus che festeggia lo scudetto (le ho impilate e guardate vicine, è impressionante la poca fantasia di questi ultimi sette numeri di luglio), tanto che persino Facebook mi ricorda di una foto scattata i primi di giugno in spiaggia di tre anni fa: le dita del mio piede sinistro affondate nella sabbia accanto a un Super Santos brillante nel suo arancione delle dolci memorie infantili, un angolo di sdraio col mio telo rossonero del Milan e, sopra, quasi che pure l’algoritmo ci prenda in giro come la vita, il numero dell’allora GS – prima di tornare a chiamarsi Guerin Sportivo come l’epoca del Super Santos per capirci – con in copertina Barzagli e Morata che festeggiano un altro campionato vinto.
Passo al GS Extra.
A un certo punto, ho un corto circuito: giro le pagine e vedo le nazionali che mi aspetto di trovare alla fase finale di un Mondiale, inconsciamente aspetto l’azzurro della mia, di nazionale, nei miei file dei ricordi c’è l’immagina a pagina grande di Balotelli nel Gs Extra del 2016 o quello di Euro 2012, aspetto un Insigne, un qualcosa di caldo che sia quel rifugio di cui sopra. E invece, un vichingo biondo vestito di giallo e blu appare nelle pagine nelle quali doveva esserci l’Italia. Corrugo lo sguardo, “Quella maglia non è la mia” penso, “Quei colori non li riconosco” penso, la mia espressione è imbronciata, non capisco. Inconsciamente non collego il cervello, ritorno indietro con le pagine e sfoglio più veloci quelle dopo: niente, l’Italia e le pagine a lei dedicate non ci sono.
Arriva il colpo allo stomaco.
Allora è vero.
È proprio definitivo.
Non c’è margine di errore.
L’Italia è fuori dal Mondiale per davvero.

Silenzio.

Come si passa un’estate senza l’Italia al Mondiale?
Ah boh. E chi lo ha mai vissuto in quarantadue anni di vita?
Mi è capitato di lavorare e godermeli poco quando facevo le stagioni nei locali sulla spiaggia a Rimini, ma nulla in confronto al vuoto assoluto. C’era sempre una chiacchiera, un commento, un’opinione, anche solo una scorsa alla prima pagina della Gazzetta dello Sport, un contesto nel quale i Mondiali e l’Italia erano presenti. Poi magari usciva ai gironi, ma c’era, si partiva, c’era la speranza. Ho ancora un gruppo Whatsapp che si chiama Mondiali2018 in prospettiva di serate guardando le partite insieme…
Cosa si fa in un’estate senza Mondiali?
Ci sono persone che vivono costantemente senza questo pensiero, persone a cui il calcio non piace e finalmente sono arrivati a un’età nella quale se non piace qualcosa non è più motivo del sentirsi sbagliati o diversi o che fa scendere l’autostima sotto i piedi, possono dirlo senza per questo essere giudicati, ci sono persone che non hanno la più pallida idea di cosa significhi sentire i polmoni gonfi per una rincorsa lungo la linea laterale o le cosce pesanti dai muscoli affaticati dalle ripetute o il sorriso soddisfatto sulle labbra di un pallone recuperato sul fondo linea. Ci sono persone a cui il calcio non piace e le loro vite non sono scandite dai quattro anni che separano un Mondiale da un altro. E va bene così. Ma non è la mia, la mia è scandita da questo.
Proprio Federico Buffa come sottotitolo alle sue Storie Mondiali dice che “I Mondiali hanno scandito i tempi della nostra vita e scandiranno quelli di chi verrà dopo”. L’inimmaginabile è accaduto. Non scandiranno questa estate della nostra vita, almeno della mia, o scandiranno l’onta del ricordo. Più che delle vittorie rimangono spesso le sconfitte: del 1966 contro la Corea ce lo si ricorda ancora, come ci si ricorda di Valcareggi solo per quella disfatta coreana anche se fu l’allenatore dell’unico Europeo italiano, e in Brasile il Maracanazo (in casa dei verdeoro allo Stadio Maracanà, l’Uruguay vinse e da allora, dal 1950, la Selecao non veste più di bianco) e il più recente Mineirazo (Stadio Mineiro nel Mondiale di Brasile 2014, Germania – Brasile 7 -1) non sono di certo persi nella memoria, sono ancora piuttosto vividi. E così questo spareggio Italia – Svezia.
Un Mondiale senza Italia è come un album di figurine non completato, come la figurina doppia delle squadre o quella della Coppa del Mondo: rimani con una risma di doppioni in mano ma quella seconda figurina continua a mancarti e, alla fine, ti arrendi, rimane con una metà bianca.
In un 2018 che ha tantissimi anniversari (l’omicidio Moro, quello di Peppino impastato, il ’68 e la rivoluzione sull’emancipazione della donna, dalla legge sull’aborto al divorzio, la morte di Pazienza, il film cantato Grease, l’unico Europeo vinto dall’Italia grazie a una monetina) un giorno rimarrà anche quello dell’Italia fuori dal Mondiale.
Il Mondiale di Russia 2018 inizia giovedì 14 giugno, e io ho preso impegni non considerando affatto il programma delle partite.
E per me, inaspettatamente, si prospetta un’estate senza Mondiali.
Che per me sarà comunque indimenticabile, ma questa è un’altra storia.

 

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