Le mie macchinine LEGO

Secondo trasloco in quattro anni.
Tra agosto e settembre ho rimesso mano alla mia vita, l’ho chiusa nei cartoni e l’ho spostata di nuovo.
Ma spostare significa trovare.
In questi casi, ritrovare: se stessi, i propri sogni, la propria infanzia, e farne un punto su chi e cosa sono diventata.
Trasloco 05.

Come le mie macchinine: ho trovato un sacchetto trasparente durante il trasloco.
Dentro, due jeep e un go-kart e una moto: sono così credo dagli anni ’80. Perché non le ho mai smontate: la sensazione di così tanta grandezza nell’aver ideato con la mia mente e i pezzi a disposizione – INVENTATO – qualcosa che nella collezione LEGO non esisteva, un modello unico, solo mio. E con le varianti: la jeep rossa ha il retro come capotte che si può togliere e diventare un pick-up – utilizzai un pezzo che le regole volevano come ringhiera di una fioriera nel mio essere anticonformista a 10 anni – e i fanali, tra i due bianchi, un pezzo semovibile di fanali gialli (perché all’epoca le auto francesi avevano i fanali gialli e sul lungomare di sera a Rimini le riconoscevi per questo dettaglio), oltre a un tocco di classe come il paraurti sotto i fanali posteriori.
Nella jeep bianca e rossa invece il tocco di genio della Mabel decenne fu il pezzo che sembra una marmitta e invece è il collegamento della roulotte o di rimorchi vari, più l’antenna della radio ovviamente che allora non era scontata nelle auto.
Ricordo come fosse ieri tutte queste soluzioni ingegneristiche, io, in camera mia e di mia sorella, nel silenzio sopra alla moquette blu (quelle robe anni ’70 di cui non ci si fa mai una ragione) vicino al tavolo di legno bianco su cui disegno ancora oggi.
Il go-kart invece ricordo che fu un vezzo, ci provai, ci riuscì.
Ne sono ancora orgogliosa.
E ogni tanto ci penso alla magia dell’essere bambini, dell’imparare e del sentirsi grandi per piccolezze come queste; penso a quelli che preferiscono i videogiochi e si perdono mondi e immaginazione.
È il futuro vedere ciò che ancora non esiste, ma nessuno sembra capirlo.
Lo dice anche il “tavolo” su cui fotografo, la risma dei disegni di “Volevamo Essere Le Spice Girls” che sta diventando marmoreo ma che un giorno vedrà la luce mentre gli ospiti d’eccezione Guerin Sportivo e i Ray-ban e i cavetti dell’Iphone sonnecchiano tranquilli.
Tre macchinine costruite con pezzi di LEGO vecchissimi, e impolverati.
Io sotto quel tavolo su cui lavoro ancora.
Mio babbo, sigaretta puntualmente presente alle labbra, che mi aiuta con i trenini: una finestra grande classiche delle case degli anni ’70, un termosifone bianco, carta da parati azzurra striata di blu, una tenda svollazzante.
Io che riesco in qualcosa che mi sembra grandioso e mio babbo sorride, sempre con la sigaretta tra le labbra e la cenere che nel frattempo pende pericolosamente sulla moquette che potrebbe prendere fuoco all’istante – penso decenne dietro alle raccomandazioni intimidatorie e terroristiche della mamma (troppa cenere cadrà poi su quella moquette senza mai prendere fuoco e la mia sorpresa nello scoprirlo, arrivando a capire e a imparare cosa sia l’igiene della casa) -.
Penso a me e a mio babbo.
Nonostante tutto.
E mi commuovo.
Ancora.

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