Un bacio alla maglia

Un sincero ciao agitando la mano a Mattia De Sciglio e ad Andrea Poli – rispettivamente passati a Juventus e Bologna – che dopo anni di Milan salutano la maglia rossonera.

C’è un sito che leggo spesso e che è una fonte perenne di ispirazione nello scrivere di calcio, e, paradossalmente, scrive di Inter e ciò che ruota intorno all’altra parte di Milano, quella de ilneroelazzurro. Ne scrivono così bene e in maniera competente pur essendo tifosi che è davvero un piacere leggerli; un po’ perché l’Inter che hanno amato è come il Milan che ho amato io: ogni tifoso ha un preciso periodo storico che ricorda e che racconta ciclicamente, mitologicamente, eternamente. Spesso sono portati ad analizzare decisioni di società, partite, vittorie roboanti e cocenti sconfitte, e persino comportamenti della curva e di “altri” tifosi che non hanno mai sentito l’odore di quelle vittorie né l’aria che si respirava, spesso scrivono la loro su persino la più bella maglia nerazzurra, ma è un bel mix, buone penne il cui cuore veste quei colori lì, e meravigliosamente ne sono orgogliosi, sempre.
Non è un mistero: per me il calcio, o una bella fetta di esso, è finito con il ritiro di Marco van Basten. Poi, certo, ho continuato a seguire il calcio e il Milan, a tifarlo sinceramente, e come un vecchio partigiano ho cercato di insegnare qualcosa e tramandare altrettanto a chi non c’era. Io tifavo e amavo quel Milan: questo nuovo, i cinesi in proprietà, lo squadrone che dicono sulla carta essere stato costruito è come la nuova fidanzata del figlio che te la devi far andare bene. Ti sta simpatica, la accetti, le vuoi anche bene magari, ma l’amore è un’altra cosa, l’amore è per quella fidanzatina delle medie che ti è rimasta nel cuore.
Ecco: io provo esattamente questo per questi giovani.
Mi stanno simpatici. Ma nessuno mi ha rubato il cuore.
Però ho voluto bene al Milan di Seedorf, e a quello di inzaghi, molto a quello di Mijahilovic, e questo di Montella ancora deve dimostrare le sue potenzialità, però anche per me c’è stato un osservare questa squadra tornare con i piedi sulla terra dopo anni, decenni di paradiso e quando stai troppo in alto e torni a essere umano hai perso un po’ il treno, devi riabituarti a ciò che prima non consideravi affatto, cioè essere terreno. Un ridimensionamento, mentre il mondo è cambiato, il calcio è cambiato e i soldi sono finiti. E poi sono arrivati i cinesi, a Galliani con una bella stretta di mano e un Grazie è stata indicata l’uscita, Berlusconi ha perso il senno diventando animalista e nuovi dirigenti mestieranti sono arrivati.
La proprietà cinese mi ha fatto storcere il naso, ma io sono solo una semplice tifosa che conta gli euro per potersi permettere la nuova maglia e i nuovi pantaloncini, finalmente da Milan, dopo anni di maglie oscene, dai colletti bianchi a quelli alla coreana, da terze maglie verdi e gialle finanche a oro, da prime nelle quali il rosso sopperiva a un invasivo nero a quelle con stemmi crociati e strisce simil codice a barre. Ora c’è il rosso fuoco ben equilibrato al nero, in linee nette, e il ritorno ai pantaloncini e calzettoni bianchi di appunto berlusconiana memoria; ora c’è qualcosa che riporta a un Milan bello, di quelli che possono raccontare qualcosa di nuovo, certo, e magari tornare vincenti.
Chiaramente, se arriveranno, le nuove vittorie saranno sorrisi a fronte degli urli di quando giocava van Basten, ma diciamo che, se arriveranno, più di un applauso sarà fatto.
Eppure.
Eppure maglie a parte e ritorni più da ricordi indimenticabili e speranza di nuovi diverse vittorie, le partenze di Mattia De Sciglio e di Andrea Poli mi hanno un po’ dispiaciuto.
Per carattere, per melanconia, perché non sono capace ad adeguarmi al cinico mercato mercenario: i calciatori poi lo sono sempre stati, mercenari, sia chiaro, però un conto erano i Galderisi, gli Aldo Serena, i Beniamino Vignola finanche un Diego De Ascentis, uomini, non ragazzini come oggi che vedono solo la dissolutezza del mondo del calcio, ragazzini arricchiti che si bruciano in poche stagioni.
Fortunatamente non sono tutti così e De Sciglio e Poli ne sono un buon esempio, ragazzi dalla faccia pulita, dalle barbe spelacchiate giusto per mascherare l’essere sotto i trent’anni e darsi un tono da adulti.
Per un attimo avevo sperato che De Sciglio potesse diventare il capitano del Milan, nel futuro, come lo fu Baresi, e Maldini, persino Tassotti che della sua 2 se l’era messa sulla schiena.
Bevo una birra.
Sono al Mr.Jones di Rimini, con un amico di vecchia data.
Ci conosciamo da sempre, io e Cristiano: giocavamo insieme al 16 a calcio, lassù, tra le cabine.
Ora siamo adulti, ma lui continua a venire in vacanza a Rimini da Milano.
Beviamo birra, contenti come bambini nel ritrovarci, e se prima lo giocavamo adesso lo parliamo, il calcio.
Lui tifa Torino; suo padre gli ha lasciato e tramandato questa eredità. Mi dice che dopo la partenza di Matteo Darmian ha capito che affezionarsi a un giocatore che veste i colori della maglia che ami è inutile. Tanto vanno via, tanto le sirene dei soldi sono troppo più forti di un’onesta investitura di futuro, tanto poi cosa importa, che è cambiato tutto.
Penso a un bambino come lo sono stata io.
A piccole manine che cercano difficilmente di spezzare lo scotch per attaccare un poster al muro: lo centrano, lo guardano, a fianco sul letto – perché i poster degli idoli si attaccano sempre ai lati o sopra la testiera del letto per facilitare i sogni e non abbandonare mai i propri idoli – l’album delle figurine sulla pagina del Milan, alcuni doppioni, proprio loro, De Sciglio e Poli. Allora si possono attaccare sul diario della scuola, averli anche lì, tra le pagine di un diario nel quale compiti che sembrano di vitale importanza verranno scritti e dimenticati nel tempo, impolverati in qualche scatolone durante un trasloco, nel tentativo di abbandonare un’infanzia che reclama attenzione ma si ha vent’anni e tutta la vita davanti, e il passato e gli anni sono solo fuffa, roba da vecchi.
Probabilmente i bambini non fanno più nemmeno questo, appendere poster, forse salvano le immagini sullo smartphone e tanto basta.
Oggi sì, è così: si va su Twitter e si clicca Segui nell’ovale a destra sotto la foto panoramica del profilo.
E De Sciglio che ringrazia il Milan, lui con i pollici alzati e sorridente con la maglia della Juventus e Poli, invece, camicia a quadri e zaino in spalla, nelle sue ferie in Africa, e poi ancora grazie al Milan per i quattro anni trascorsi e il benvenuto in casacca rossoblù del Bologna.
Non c’è nessun rimpianto, non c’è nessuna stranezza. Solo occhi di due ragazzi giovani, che di mestiere fanno i calciatori, e devono dire le cose che probabilmente diremmo tutti con una nuova maglia sulle spalle, quelle di circostanza, per aggraziassi i nuovi tifosi.
Sono professionisti, e come tali devono onorare la maglia di chi crede più in loro. O semplicemente nuove motivazioni per continuare a stare nella massima serie.
Certo, non che siano stati in Milan esattamente spumeggianti, eppure De Sciglio sembrava fosse al Milan da millenni e Poli dopo un paio di passaggi alla Sampdoria pareva un buon centrocampista di interdizione, più contenitivo che votato all’attacco, ma buoni, non così da buttar via.
Non credo abbiano mai baciato la maglia, ma sono stati due ottimi professionisti che hanno vestito molto bene la maglia che io amo.
È semplicemente un ringraziamento, poche righe così, per dire Grazie, nulla di più, forse solo una malinconia nel vederli andare via, smollati come pacchi, e invece è il nuovo calcio, quello dei soldi e dei cinesi.
Tanto la nostalgia è merce dei tifosi, lo dice anche Daniele Lele Adani a Sky che i tifosi sono quelli che prima si innamorano e poi odiano e sono quel motore che fa ancora sembrare i giocatori splendidi attori da ammirare su un poster. E come tali farli ingiallire a fianco del letto di un bambino.
Ma che ne posso sapere io che ho visto giocare van Basten e di cui ho ancora una foto ritagliata dal Guerin Sportivo e che vedo ogni mattina che entro in studio per mettermi al tavolo da disegno? Che ne posso sapere io?

(Le foto sono tratte da internet)

 

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