Destinazione La Rochelle

Diario di bordo di un fantomatico viaggio misto a ricordi tra me e NicoZ Balboa e il suo fumetto edito da Coconino Press – Fandango “Born to lose”, osservando panorami e attraversando Roma, una Lucca di milioni di anni fa, Napoli, Parigi per arrivare a La Rochelle.

C’è foschia. Dopo giorni di cielo terso e azzurro, la mattina del 1 giugno 2017 è quasi nuvolosa, tanto che persino le previsioni mettono pioggia.
Non pioverà mai, nel corso della giornata. Il sole giocherà a nascondino per gran parte del tempo ma nemmeno una goccia cadrà dal cielo.
Guardandosi intorno, i vicini parlano all’ombra del condominio di non meglio identificate chiacchiere, le auto passano lungo la via del campo di ulivi, la salvia sul balcone viene definitivamente dichiarata deceduta e ciò che prima erano gambi e foglie verde militare ora sono scheletri marroni che stanno lì, incomprensibilmente. Non è compito mio, in casa, pensare alle piante, altrimenti l’avrei buttata via all’alba dei tempi, per altro ero pure contraria a quel vaso sul balcone dello studio.
Più in alto, lontani dalla microscopica provincia delle alte Marche, la mattina del secondo caffè viene racchiusa da un approfondimento su Magnus letto su Lo Spazio Bianco; su Twitter il supermegadirettore di Fumettologica, Matteo Stefanelli, posta con annessa didascalia  – il proprio pensiero su come cinque anni fa questo fatto era impensabile (cioè dare risalto a un fumettista nelle prime notizie di un giornale online) – una foto della notizia della morte della combattente turca miliziana per i curdi Ayse Karacagil chiamata in gergo militaresco Cappuccio Rosso nascosta dalla vera notizia, ossia che Zerocalcare l’aveva raccontata nel suo Kobane Calling e che sulla sua pagina facebook ne annunciava tristemente la scomparsa; il mondo calcistico si divide tra l’addio al calcio di Francesco Totti nei giorni dell’anniversario di un altro grande capitano, più silenzioso certamente, Agostino Di Bartolomei e la finale di Champions League della Juventus contro il Real Madrid, mentre la Nazionale di giovanissimi che tiferemo probabilmente a Euro 2020 rifilava 8 gol a un San Marino inerme in una partita per altro nemmeno conteggiata dalla FIFA. Il tutto condito da un’estate che si avvicina, insieme a l’ennesimo ponte del 2017, quello del 2 giugno.
Poi ci sono state le fiere e i festival di fumetto e libri.
A guardare il calendario, nel fine settimana del 1 – 4 giugno (ma anche solo una settimana fa in quello del 27 – 28 nel quale in città diverse si svolgevano il festival ILLUSTRI a Vicenza, il Mi Ami a Milano e l’ARFestival a Roma e sicuramente altro) ci sono almeno altri tre o quattro festival e fiere che non ritengo imperdibili – nulla lo è, nei limiti – ma decisamente interessanti, come l’ETNACOMICS a Catania, il Just Indie Comics Fest a Roma, La Grande Invasione a Ivrea, Tra le nuvole Festival che però parte dal 31 maggio con eventi fino al 2 luglio e sicuramente tanto, tanto altro che sfugge anche ai più appassionati. Senza elencare sagre del brodetto, street food e varie ed eventuali culinarie.

E poi c’è un palazzetto.
L’aspetto è grigio, brullo, una colata di cemento fuori dalle mura cittadine, corridoi di quello che sembra feltro verde, tra una struttura e l’altra di quelli che vengono chiamati stand.
Una ragazzina con la frangia e gli occhiali da sole sembra semplicemente fuori di testa.
Pubblichiamo insieme, per la stessa casa editrice, due raccolte per la stessa collana per il Centro fumetto Andrea Pazienza, CfPAZ nell’acronimo più immediato: lei i suoi diari, io le mie storie brevi dai titoli rispettivamente di Nicozrama e Vite Comuni.
Lucca appare una città assonnata tra quelle mura che la rinchiudono, non è vissuta nei giorni di fiera, cioè, lo è evidentemente, ma poco per noi che ci stiamo affacciando a questa arte del fumetto di cui capiamo ancora poco ma che ci piace tanto fare.
Il palazzetto e il prato e il parcheggio lì a fianco sembra bastino per tutte le esigenze e lo spazio lascia pure posto a stand gastronomici e a palchi per i concerti: immancabilmente piove, sempre. A Lucca piove sempre nei giorni di quello che una volta, quasi vent’anni fa, veniva chiamato semplicemente – e con poche possibilità di fraintendimenti su ciò che era il principale re della manifestazione, cioè il fumetto -, Lucca Comics.
Piove anche quella volta.
Io indosso due magliette, una a righe e la polo blu di Ralph Lauren; un paio di jeans chiari e larghi e scarpe da ginnastica. Portavo vari accessori tra cui braccialetti in cuoio o polsini da tennis a righe portati dove oggi Dybala ha i tatuaggi tribali. Avevo le mie fisse, facevo le stagioni per non stare a schiumare a casa a disegnare e vedere gente, ero magra e me la credevo; una riminese snob, una di città di mare, al mare.
NicoZ se ne sta lì, sembra pazza, altri aggettivi non mi vengono. Non che facesse casino, era effervescente, gioiosa, scherzavate parlava con tutti. Io no: io ero, per racchiuderla in un’unica definizione, snob. Lontane anni luce sedute allo stesso banco: lei con se stessa disegnata che raccontava una vita evidentemente diversa dalla mia ma con un linguaggio simile, interpretato diversamente certo, ma comune, io snob, artista, io raccontavo le mie ragazze e i sentimenti, io volevo fare quella che fa l’Arte Alta.
Nel mio studio, ancora oggi, c’è la fotocopia a colori della copertina di Vite Comuni: Ali e Bea sono immutate negli anni, eterne nella corsa faceta sulla spiaggia con dietro quello che io ho sempre pensato fosse il Conero e invece era Gabicce e nuvole di panna lontane. Sono ancora lì, Ali con la sua canotta verde, la sua collana come andava all’epoca, quelle dei mercatini con le gemme finte e il legno, e un polsino da tennista a righe che io stessa portavo sul braccio alla stessa altezza del tatuaggio di Dybala, e Bea, più femminile, con una collana lunga, un caftano rosa e le ciocche dei capelli biondi al vento. L’Adriatico ha un colore blu che credo non si sia mai visto tra quelle onde se non dall’altra parte in Croazia.

A Napoli il vicino Stadio San Paolo appare come un ovale spento, cemento e ferro lasciato là, vuoto e triste.
Io sono eccitata di trovarmi nello stesso luogo nel quale centinaia, migliaia di persone, hanno visto giocare Maradona e quel Napoli, hanno visto Zenga uscire a farfalle su Caniggia, i rigori e quel Goichoichea (che a fine carriera ha aperto un ristorante in Argentina chiamato Italia90, hashtag credeteci) con quella divisa colorata interrompere con la sua gioia gli occhi di Totò Schillaci e le magie di Roberto Baggio nel Mondiale del 1990, ultima destinazione proprio Napoli, il San Paolo, teatro di ciò che gli italiani non sopportavano – vedere applaudire Maradona dalla stessa gente che doveva tifare gli azzurri -. Finiva tutto: il Ciao mascotte orribile oggi feticcio mio e di un benzinaio sulla provinciale per Sirolo, i pupazzetti che si collezionavano con la IP e quindi le diecimila lire del babbo nel serbatoio per avere Paolo Maldini, Ciro Ferrara, Azeglio Vicini, Roberto Baggio e gli altri, una nazione che almeno poteva essere patriottica almeno nel Mondiale anche se si giocava a Napoli.
A Napoli, l’Oltremare è la nuova location del Napoli Comicon, a fianco del già sufficientemente raccontato Stadio San Paolo.
La vita è andata avanti: sono arrivati i social, altre pubblicazioni quasi a definirla una carriera e non vedo NicoZ da allora, dal 2004, da quel Lucca.
Ma i social, nel bene e nel male, rendono visibili le vite, quello che si da loro in pasto. NicoZ ha i suoi profili, ha trovato una dimensione, fa tatuaggi, ed è diventata madre.
La frangia non c’è più ma il liscio dei capelli è lo stesso.
La rivedo china, sul suo Born to lose, pubblicato (ancora una volta) nello stesso anno del mio Il Giorno Più Bello, quasi che a farlo a posta non viene così bene a incrociare le nostre strade.
La rivedo china, tranquilla; disegna nell’apatia del venerdì pomeriggio di una fiera che andrà a esplodere di incontri ed eventi (anche se qualche bella tavola rotonda c’è già stata) nei tre giorni successivi.
La rivedo china: addosso una maglietta alla marinara e una giacca blu.
Mi avvicino e la chiamo.
Lascio che i suoi occhi decodifichino un ricordo lontano, un’immagine di una persona che era molto diversa da quella che è oggi ma che porta con se la luce dello sguardo, almeno quello ancora buono.
I suoi stessi occhi si riempiono di sorriso nel suo OOOhhhhhhhh! mentre si alza, ci scambiamo bacini e due chiacchiere giusto per rompere il ghiaccio.
Non è la NicoZ che ricordavo io. I suoi occhi sono cambiati: certo, non che ne abbia un ricordo nitido nascosti com’erano sempre dagli occhiali da sole.
Ma sono buoni. Sono occhi profondi: feriti, ricuciti, sopravvissuti. E belli. Sorridono.
Ne ho visti parecchi di occhi come i suoi: Davide Reviati ha gli stessi occhi. Marino Neri pure. Gipi uguale. Michele Rech profondi, e buoni anche lui, ma meno feriti, forse l’età. Antonella Toffolo anche. Sara Colaone ancora. Ce ne sono. Altri, molti, no. Poi ci sono quelli che li nascondono bene. E quelli aridi. Esistono anche quelli, pace.
NicoZ racconta ancora cose, cose di lei, dell’abito, della giacca e del pantalone, della figlia, del padre: è come i suoi fumetti, ma ora si muove con cautela, osservando. Penso che è diventata una NicoZ bellissima.
Gli occhi buoni, buonissimi. È tornata la frangetta, sottile, non baffuta, corta certamente, ma fa parte di lei, quella frangetta rock.
Da Napoli c’è stata una tappa a Roma per l’ARFest e poi a Bari, allo SPINE Temporary Book Store, un collettivo di bravi ragazzi che diffondono bene il verbo del fumetto e della cultura: Ci sentiamo in quei giorni. Mi dice che Bari è bellissima.
Ho sempre questo ritrovato ricordo di una NicoZ bellissima. E il fatto di rivedersi cresciute, con delle vite costruite su binari che non avremmo mai prospettato mi fa pensare alla bellezza della vita e degli incontri, sempre. E, sempre, penso a quando capitiamo vicine per poterla raggiungere, a farsi una birra, due chiacchiere, incrociarsi di nuovo, ma non aspettando il caso, forzandolo semmai.

A Parigi ci sono angoli che non si definirebbero proprio francesi: si ha un’idea della Francia che spesso non coincide con la realtà. Molti di noi per esempio fanno fatica ad associare il rock alla Francia: eppure come ci sono da noi nelle insospettabili province come Cavaglietto vicino Novara, anche oltralpe ci sono i rocker e i metallari con i capelli lunghi e vestiti con il chiodo. È che, suppongo, fa ridere abbinare una lingua come il francese che te lo vedi solo alle sfilate di moda o a Versailles cantata con urla e assoli spacca timpani. Oppure i tattoo.
Di Parigi ci sono gli angoli stereotipati delle pellicole americane, ci sono i Prima dell’alba e i Before Sunshine, c’è Julie Delpy e Ethan Hawke che ancora si innamorano tra fiumi di chiacchiere e sigarette fumate nel cafè, ci sono i musei e Manuele Fior che sbircia il D’Orsay immaginandosi Degas e le sue ballerine e una prova di stile nel suo Les Variations d’Orsay come storia “breve”, ci sono i vicoli ciottolati e le Renault parcheggiate male, le bottigliette di birra da 25 cl di Kronenburg 1664 nei supermercati e scansie di soli vini rosè, metodo classico o millesimato e anche secchi, ci sono le librerie nelle quali si sbava per il reparto fumetti e se ne si compra uno e lo si va a leggere in un cafè, seduto a un tavolino all’aperto e una sigaretta che accompagna la lettura.
Di Parigi ci sono angoli che sono entrati forzatamente nella memoria collettiva, il Bataclàn verrà spiegato ai nipoti, un giorno, ma di Parigi io ho in mente quell’angolo, quello del Centro Pompidou e… un palo. C’è un muro, di una casa, la porticina classica di case francesi e i tubi delle tubature e pali vari: su ognuno di essi stencils, disegnetti, stilizzati in bianco e nero con qualche espressione in francese a ricordarti che lì si trasuda arte, fumetto, cultura anche sulle tubature di un’abitazione. Pensi a Clet Abrahams che a Genova ha regalato cartelli stradali da collezione e a Firenze credo sia stato arrestato, e fa un po’ incazzare che in Italia la bellezza dell’arte debba essere fatta spesso illegalmente, mentre in Francia un palo può essere sradicato e ficcato al Pompidou perché riconosciuto come opera.
Di Parigi, io personalmente ho ancora il ricordo dello store del PSG sugli Champs Elisee e mi fermi qui perché se inizio a parlare di calcio queste righe perdono di poesia.

Per mia fortuna a La Rochelle giocano molto a rugby e il calcio, sì, piace, ma è contemplato meno, molto meno.
L’Atlantico si infrange furiosamente sulla costa: è una città ventosa, La Rochelle, come tutte quelle che si affacciano su grandi e ampi spazi di mare, l’oceano in questo caso.
È luglio. Un luglio caldo e afoso, di quelli nuovi, di quelli che ci si è abituati a sentire negli ultimi anni, con ondate pazzesche di aria tipo phon in faccia alternate a ondate di fresco. Ricordo la prima estate che sentii così umida. Facevo la stagione alla Casina del Bosco, una famosa piadineria di Rimini: sarà stato il 2002 o il 2003. Ce la ricordiamo ancora, la raccontiamo come fosse stata unica: era solo il preludio a qualcosa che sarebbe diventata l’abitudine di queste strambe estati.
A guardare il paesaggio francese dal finestrino, ritornano in mente sensazioni infantili: il babbo e la mamma ti parcheggiavano dietro, nei sedili posteriori, e si alzava il volto, cercando di vedere fuori dal finestrino. Anni di cieli e cavi della luce, poi qualche centimetro in più e una prospettiva più a portata di memoria, e poi, il guardrail. Anni di guardrail. È ancora un po’ così. Eccetto che oltre, c’è La Rochelle, c’è NicoZ, c’è sua figlia e quella vita che sembra essersi modellata addosso faticosamente, ingenuamente a volte, ma cadendo in piedi.
Percorro una strada ciottolata. I palazzi e le case con le canne fumarie così parigine, i codici e la chiave con il sensore per entrare nei condomini, La Rochelle è una classica cittadina francese. Se la Francia e le sue città un po’ si riesce a vivere, i dettagli sono visibili: come accorgersi delle differenze tra Milano e Senigallia, per esempio, è sempre Italia, ma regioni e latitudini diverse. Parigi e La Rochelle uguale.
Sembra di trovarsi in uno di quei capannoni industriali riqualificati. Ogni tanto li si vede nei telefilm americani e fanno tanto figo. Magari anche con mezza pipe per lo skate-board.
Ma è il suo sorriso mentre parla francese, i capelli, la frangia che nel frattempo si è rifatta crescere, smossa da un veloce e impercettibile movimento della testa, e sorride.
Le sue calze da giocatore di basket anni ’80, i tatuaggi sulle gambe e le sue scarpine simil Vans, nere, con i laccetti. La maglia a righe, con lo scollo a barchetta, tanto franScese, il suo modo di sorridere.
Ci sono alcuni istanti nei quali si nota proprio, osservandola bene, un incrinatura, una forzatura, oppure anche solo gioia, e tenerezza quando capita il contrario.
Non capisco come non si abbia voglia di volerle sempre bene, a prescindere, a NicoZ.
Come le sue storie, le sue avventure, quelle nelle quali non ci sono filtri, quelle che ti fanno calare nella sua vita: ti allunga la mano e ti invita a leggerla, nel suo stile, quei disegni così suoi, che la rappresentano benissimo fin nell’animo profondo.
La rivedo e aspetto che mi veda.
So come sgranerà gli occhi appena accadrà.
So che allargherà le braccia per la sorpresa.
So che sorriderà ancora, anche dopo.
Intanto sorrido anche io.

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