Marino Neri, l’Emilia sotto il Cosmo

Le mani sono affusolate.
Il profilo sembra severo, ma nelle fotografie sembra al contrario che ci sia un mezzo sorriso abbozzato. Quella sottile curvatura delle labbra che forse fa pensare che sia un uomo consapevole della sua bravura, appurata, riconosciuta: non arrogante, si capisce, consapevole, sì, senza tanti giri di parole. Consapevole.
Ma quel profilo, in silenzio, nello studio, chiuso – vulcanico – nel proprio mondo di piani temporali e creativi, è severo davvero, quando guarda le matite, quando guarda come la storia sta venendo su carta, quando, sicuro, il pennello, la prima pennellata passa sulla matita, e poi quell’attimo, quella sospensione, gli occhi che vanno oltre quel segno, giudicano, giudicano se stesso.
Il fisico è uno di quelli dai nervi tesi, asciutti, ma compatti.
E la postura è di quelle belle, eleganti.
Ha un fascino particolare Marino Neri. E il fatto che come lavoro disegni fumetti e illustri lo aumenta smisuratamente.

Il treno era sempre quello. Un regionale che costava poco. I riminesi che salivano a Bologna, e la superavano, avevano sempre quella sensazione. Figuriamoci: i riminesi riescono a odiare quelli di Riccione a dieci minuti di distanza, chiamandoli terroni, figurati gli emiliani. A Parma, a Reggio poi non ne paliamo: comunisti, l’unica cosa che ci poteva unire. Modena per esempio non esisteva. Modena era un satellite di Bologna. Non me lo sto inventando: si vada da un romagnolo I.G.P. e gli si chieda dello smisurato amore dei romagnoli per gli emiliani. Roba di provincia, roba d’altri tempi. Ma comunisti come quelli, nella Pianura Padana, nella nebbia, con quella musica lì, quel rock, quegli Offlaga Disco Pax che cantavano del busto di Lenin nella piazza di uno di quei paesi! Noi ci avevamo i Casadei, il lissio, tè f’è da bon? Noi ci avevamo il mare dioppo.

Il treno passava, correva lungo quelle sterminate campagne nebbiose.
Un alberello lontano, spelacchiato; una vecchia casa in pietra e mattoni, di quelle con il fienile.
A colorarle c’è un tripudio di terra, e tutte le sue sfumature: goduria totale.
Il pennello scorre ancora: gli occhi fissi su quei gesti, severi, ma noi che lo osserviamo non lo sappiamo cosa prova. Lo vediamo lì, dietro ai suoi fumetti, chino a regalarci una dedica.
E poi, una serata calda.
In dosso, un paio di pantaloni bianchi, una maglietta nera e dei sandali ai piedi. Le braccia incrociate, un microfono che passa di mano in mano tra gli autori, E quel mezzo sorriso: splendido.
Gli autori non raccontano mai degli altri autori. A meno che si sia amici non c’è mai la celebrazione del lavoro di qualcun’altro, non c’è mai la voglia di divulgare il verbo facendo conoscere storie interessanti a chi non ha mai nemmeno lontanamente sentito il nome di Marino Neri. Semplicemente, aprire le proprie conoscenze a chi ha fame di bellezza, di fumetti belli, di autori non conosciuti. O meglio: chi lo fa, lo fa sapere al diretto interessato, taggandolo magari. Per carità. Io ne parlo per la bellezza. Sembra scontata, ma non lo è affatto. Credo sinceramente che se un lavoro è bello, sia doveroso dirlo. Ce n’è così poca poi, di bellezza…

Il treno già. Quello. La faccia della terra, la chiamano. Quando gli agricoltori ripassano la terra dei campi dopo l’inverno, la terra in quei cumuli si rovescia e il colore è diverso, contiene l’umidità, la terra è bagnata. Dal finestrino di campi come quelli ne è pieno. Dopo Cesena, dopo Forlì, dopo Faenza, dopo Imola. Certo, perché Rimini rimane sempre dietro le spalle, quasi a doversi voltare simbolicamente lasciando e soppesando se qualcosa di buono lo si è fatto. L’odore del treno. Il clang clan sulle rotaie. I vetri grandi, e sporchi. Se poi è uno di quelli passati sotto le mani dei graffittari, nemmeno l’alberello spelacchiato vedi.
La voce è gentile.
Ha lati oscuri, ha ferite visibili in quella voce gentile. Il tono stesso, basso, si lascia a raccontare ciò che gli viene chiesto e poi, per un attimo brevissimo, un abbassamento, talmente veloce che non ce ne si accorge: riaffiora qualcosa, forse un’idea, quella che non lo lascia mai, a credere, continuare a credere.
Chi disegna fumetti, chi vuole essere un autore questo fa: disegna e racconta perché ne ha bisogno. È come l’aria che serve per respirare, senza non si può vivere.
Ecco perché quel pennello corre sul foglio, ogni giorno.
E per mia (di tutti) fortuna che posso osservare, decifrare, i suoi tratti.

Poi a Modena ci capito.
Non in treno, naturalmente.
I treni non vengono più presi per l’università, la vita mi ha portato a viaggiare spesso in auto e la terra è stata coltivata per anni, e, c’è da dire, nemmeno io sono più la stessa.
La politica, quella politica lì e le differenze tra emiliani e romagnoli è roba che si ritrova solo dopo litri di Sangiovese, eventualmente, nei circoli ARCI eventualmente, ma forse nemmeno più in quelli, nei quali le carte sono aperte nelle curvature e piuttosto si preferisce parlare della Juve e della Milano cinese, o di Valentino Rossi; l’Emilia Paranoica dei CCCP e le canzoni degli Offlaga Disco Pax musica che si ascolta con nostalgia, e una gita a Modena è un’affascinante situazione di scoperta di una nuova città mai vista e gli occhi innamorati del mondo che si ha la fortuna di vedere.
E, infine, ciò che importa davvero: le storie, i fumetti, l’Arte del Fumetto, la cultura attraverso questo linguaggio meraviglioso.
A Modena ci capito.
Occhi nuovi, interessati ad altro almeno, e curiosità, tanta.
Ci capito due volte, ma una non vale, perché ero a Maranello e mi sono andata a vedere il Museo Ferrari.
La seconda invece è quella buona, quella dopo i campi ai lati dell’autostrada, quella del panorama piatto, quella dei cascinali isolati tra le facce della terra e degli alberelli solitari tra i cavi della luce.
La seconda è quella nella quale posso avvicinarmi a immaginare quello che vede Marino intorno a sé.
C’è un vignetta, nel suo Cosmo, quella che poi è diventata la copertina dell’edizione francese: c’è Cosimo (è così che si chiama il suo personaggio abbreviato in Cosmo per la sua passione e ricerca delle stelle) che cammina sotto la luce di un lampione, in una strada piena di zone buie tra un lampione e l’altro; vi siete mai domandati osservando una strada simile, cosa potesse accadere tra una luce e l’altra, tra una zona buia e l’altra? Io sempre. E trovo che Cosmo sia quell’avventura: camminare come il suo personaggio tra un passaggio di luce e uno buio, il suo fumetto è così: si entra in una zona buia ma al tempo stesso piena, luminosissima delle tavole che si bevono, godendosele, e poi la luce, il respiro, il cuore che calma i battiti.
Una strada appena fuori dal centro di Modena – o almeno quella che ho percorso io -, mi ha richiamato immediatamente quella vignetta, e, per un attimo, ho pensato di essere nel suo fumetto, tra quelle pagine.
Che grandiosità, immaginare di essere tra le pagine di un fumetto, immaginare che Cosmo sia da qualche parte, in quel panorama così emiliano, immaginare e pensare di incrociarlo in quel buio.
Certo, il suo viaggio va oltre quell’Emilia che io penso che sia, di fatto non viene specificato per altro in quale zona si svolga la storia, ma è bello, questo aspetto è bello, e mi piace.
Magari poi sono io che ho una fantasia che va oltre le pagine di un fumetto, ma credo che ognuno di noi possa essere in grado di farlo altrettanto.
Modena.
Ero a Modena, poi, il giorno dopo, in centro: poche ore di passeggiata e un sole bellissimo, che aveva portato via le sensazioni di Cosmo, quasi un’altra città, quasi un altro stato di sensazioni.
Magari poi, un giorno, me lo faccio autografare, Cosmo.
Magari poi, un giorno, il treno a percorrere quella pianura avrà un’altra prospettiva.
Magari poi, un giorno – probabilmente già adesso -, quella voce, quel pennello, e quel sorriso abbozzato, nel suo studio, creano già altro, oltre il cosmo di stelle, oltre il Napoli Comicon alle porte al quale il fumetto è candidato, oltre gli animali che ama disegnare e nuovi eccentrici personaggi che mi immaginerò di vedere nel buio luminosissimo dei suoi mondi.

“Cosmo” è un fumetto scritto e disegnato da Marino Neri, edito da Coconino Press -Fandango. Sopra la copertina dell’edizione italiana.
C’è un altro articolo molto bello che racconta di una mostra allo Spazio Meme a Carpi, e della genesi (si intitolava appunto così la mostra “Cosmo: genesi di un racconto a fumetti”), della creazione del fumetto con schizzi e appunti, una di quelle piccole chicche che è stato un peccato perdersi, che ovviamente non si è persa l’autrice dell’articolo Federica Pergreffi.
Sotto, la copertina dell’edizione francese edita da Les Editions Atrabile.

 

 

 

 

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