tre libri (+ uno) ambientati in puglia

La prima volta che sentii amici parlare di trascorrere le vacanze in Puglia fu meno di dieci anni fa.
Eravamo al mare, al mitico bagno Oasi 15 e al nostro indimenticabile ombrellone 105, vicino alla passerella e l’angolo giochi per i bimbi di fronte.
La sabbia fine, il mare piatto, la luce che filtra dal tessuto diradato del 105, le sigarette fumate e spente – schiacciate nelle confezioni dei gelati e nei bicchierini di plastica del caffè -, Internazionale e l’oroscopo di Brezsny della Linda, i libroni rosa da spiaggia dell’Eli la cui copertina bagnata si arrotolava al sole, le riviste di moda della Glauchi e di mia sorella.
A raccontarla così sembra vacanza, di quelle che si aspettano mesi, risparmiando soldini preziosi per concedersi qualche lusso in più. E invece, per me riminese, era un giorno della settimana qualunque. Era il quotidiano, ce lo potevamo permettere, da giovani.
L’Enrichetta e Bruzzi ci stavano raccontando che avevano prenotato un trullo e i loro volti sorridenti esprimevano una meta esotica che mal si sposava a una così vicina Puglia. O almeno questo era la percezione di quegli anni.
Abituati a viaggi esosi e dall’altra parte del mondo, sentire parlare di vacanze in Puglia in certi contesti da borghesia popolana arricchita sembrava una scelta da poveracci. Figuriamoci poi per una come me, sempre a scornarmi con ciò che va di moda e con la migliore amica pugliese con la quale scendevo spesso a casa sua, riuscii a dire nello stupore generale dell’ambiente che era una cosa fighissima.
Figuriamoci per una come me che in situazioni simili mentre tutti dicevano appunto Puglia che nel frattempo era diventata ciò di cui si parlava sulle riviste di viaggio e negli inserti dei giornali – quindi appetibile -, io me ne uscivo con il Cammino di Santiago.
Figuriamoci.
Che la Puglia sia sempre esistita, be’, è un dato di fatto, ma che sia diventata meta di pellegrinaggio estivo con boom di presenze è assodato solo da pochi anni recenti. Di conseguenza, ne è anche cambiata la visione in narrativa e se prima le storie di ambientazione pugliese erano denominatore comune degli autori autoctoni, oggi chiunque, persino me, l’hanno ricreata nelle loro pagine. E anche con risultati piuttosto sorprendenti.
Poi ci sono stata in Puglia, più di una volta.
La prima in una Lecce invernale, bianca nelle sue costruzioni spagnoleggianti, sotto un cielo greve; una Lecce deserta e forse, per questo, così affascinante da renderla indimenticabile.
La seconda e poi la terza, e poi la vacanza a San Pietro in Bevagna nella quale ho lasciato il cuore. E nella quale ho scelto di volerla raccontare, di volerla immortalare tra le pagine di un fumetto.
Avete mai avuto la percezione di ritornare indietro negli anni, o di ricordarvi qualcosa di bello, guardando un film o leggendo un fumetto? A me capita sempre con i film di Pozzetto: la Milano degli anni ’80, quella della mia infanzia, quella che mi ricordo io. Oggi, quando si vedono film come Romanzo di una strage o Un eroe borghese o anche Fort Apasc l’unica cosa che viene da dire è sulla ricostruzione degli ambienti: mi ricordo il Falcone interpretato da Massimo Dapporto e in una scena fuori dal tribunale spicca un modello di Fiat Panda del restyling del 2003. Ecco, intendo questo.
I fumetti, allo stesso modo, in un linguaggio interpretativo diverso, possono essere delle fotografie di un tempo che è passato e non tornerà più: la memoria, la memoria di un luogo, quell’aria, quelle luce soffusa, quell’odore di salsedine, ecco, questo, tra le altre cose volevo lasciare. Un giorno, riprenderò in mano “Il Giorno Più Bello” e lo farò vedere a mio nipote, e gli dirò: vedi? in queste ultime pagine ci sei anche tu, nella pancia della mamma, questo è il fumetto di quando sei nato. E gli racconterò di quell’estate, di com’era il paese e di com’era sua madre, gli racconterò del mare e di noi che eravamo giovani. La memoria, la testimonianza: voglio lasciare cose in questo mondo. E che sia la Puglia tanto scritta, tanto abusata, non importa, perché è la MIA Puglia, quella che ho vissuto io, che ho vissuto come nessun altro.
Così ecco tre libri che ho letto (più uno) ambientati tra campi di ulivi sterminati, fichi d’india alla base dei muretti in pietra, case basse con le persiane parasole davanti alle porte e pale eoliche all’orizzonte.
Non tutti testimonianze, non tutti con il lascito che ricerco io, non tutti belli soprattutto, non tutti intendiamoci di alta narrativa – escluso il fumetto dei tre ma semplicemente perché linguaggio diverso -, ma solo con un comune denominatore: la bella Puglia.

Mi piaci così di Francesco Gungui, Mondadori.

Molto, molto, molto piacevole.
Diciamo la verità, quantomeno la mia. Bello, bello, bello. Davvero bello.
Non aspettiamoci il grande romanzo americano ovviamente, ma per essere un romanzo estivo (se poi questo aggettivo significa qualcosa in fatto di discriminazione) è tra i più belli. Leggero, fresco e ironico, racconta di Alice e, semplicemente, dei suoi 16 anni e la vacanza forzata in Puglia in campeggio con i genitori e il fratello tredicenne rea la freschissima bocciatura al liceo invece di spassarsela con le amiche da sola in Sardegna.
Ve li ricordate i vostri sedici anni? Vi ricordate di quando avevate il coprifuoco con i genitori? Vi ricordate le prime cotte e il dramma di quello che significava? E vi ricordate come una bocciatura fosse l’unica preoccupazione che si potesse avere a quell’età, oltre alla prima accettazione sociale, ai brufoli e alle Mandarina Duck o gli Invicta che già sembravano da alternativi?
Per me la lettura di questo romanzo è stata una ventata d’aria fresca. Non ho più sedici anni da un pezzo e quasi faccio fatica a ricordarmeli purtroppo, ma questo bel libro di 300 passa pagine ti fa ricatapultare immediatamente in quella realtà. Se avessi oggi sedici anni, sarebbe il libro che vorrei leggere per capire chi sono e cosa voglio. Perché in fondo è anche questo che ti domandi a quell’età.
Alice è la classica ragazzina che pensa di non essere nessuno, sfigata, con le tette piccole e il culo grosso e che poi invece scopre di essere quella di cui tutti si ricordano, che poi è un po’ come ci siamo sentite tutte. Gli stereotipi ci sono tutti, dalla dea dalle ancelle dietro cioè la figa della scuola che diventa naturalmente una sua amica con sorpresissima finale che spiazza al migliore amico che è un ex ma che non è ben chiaro fino a che punto sia tale. E poi i problemi con i genitori, il fratello tredicenne, i nonni, i limoncelli con la mamma al bar del campeggio. A me sembra un’altra vita eppure le sensazioni sono le stesse. Così mi domando, oggi che i sedicenni per me sono come gli alieni, se alla fine tutto non si riduca al fatto che i sedici anni sono uguali in tutte le generazioni. O almeno quelli che avevano sedici anni nel 2008 quando è uscito questo romanzo, quando si usava ancora Messenger di Msn, il wifi non era ancora entrato in modo scontato nelle case degli italiani, si usavano ancora gli internet point e avere un blog come i protagonisti del libro era una roba da giovani. A me ha fatto tenerezza, pensarmi nel 2008 che già non avevo sedici anni da mò ma nemmeno quaranta come adesso, a ricordarmi il lento e graduale abituarsi all’uso della tecnologia, ma soprattutto una storia che può essere quella di tutte. Certo, in confronto a Hunger Games dei nuovi sedicenni del 2015 per arrotondare a un anno tipo zero che è di una crudeltà che si fatica a crederlo, ma di una crudeltà che io me lo domando cosa provino i nuovi sedicenni e trovare in Katniss l’eroina in quel futuro distopico lì non promette nulla di buono e cioè che siamo messi malino come prospettive, questo romanzo di formazione ha lo stesso sapore dei nostri Goonies, il bene che sconfigge il male però con quella sensazione da pop corn dove più che altro il futuro qualunque esso sia è possibile e persino Twilight ha un’idea romantica di vampiri che lo capisci perché i sedicenni dell’epoca lo adoravano.
Insomma, sorprendente, divertente, scritto tra l’altro bene, sarcastico e vero. Estivo solo per ambientazione ma per tutte le stagioni e per tutti quei sedicenni (e quarantenni che hanno dimenticato cosa significa avere sedici anni) che hanno sogni e anche poca autostima, questo “Mi piaci così” fa un vallo. Anche se, se proprio vogliamo trovare una cosa per cui mettere i puntini sulle i, ecco, essendo la protagonista Alice, una ragazza sedicenne, non viene mai tirata fuori la “faccenda mestruazioni” che, se vi ricordate bene, coincidevano o comunque condizionavano vacanze ed eventi; insomma, suppongo accada ancora a tutte che il ciclo e l’ironia della vita ci prendano in giro della serie una settimana di ferie e ciclo e pioggia insieme. Ecco. Certo, ai fini della storia la “faccenda mestruazioni” non serve a nulla, però essendo l’autore un maschio ci sta che non abbia idea cosa significhi avere il ciclo e comunque è stato bravo a raccontare Alice, per cui anche se io me lo sono domandato, insomma, chi se ne frega.
Ci sarebbe anche un seguito, con un “ancora” nel titolo dalla stessa copertina. Io non l’ho letto, e non lo comprerò – o almeno non è nella lista dei libri e fumetti che un giorno vorrei -, perché sono scettica nei confronti dei sequel, soprattutto se questi derivano da successi commerciali inaspettati.
E poi perché penso che un qualcosa sia bello così, e alcune storie debbano semplicemente finire, lasciando al lettore le sensazioni positive.

Io che amo solo te di Luca Bianchini, Mondadori.

La copertina è bianca con due peperoncini rossissimi intrecciati tra loro nel centro.
All’interno, una postilla alla voce copertina, che dice così più o meno: l’autore della foto è pregato – qualora la vedesse – di rivendicarne la proprietà in modo che la casa editrice possa provvedere al compenso spettatagli.
Guardo sempre l’autore delle foto di copertina o delle illustrazioni; non è scontato e nemmeno sapere che c’è un mercato specifico, e fotografi il cui lavoro è crearsi un portfolio di immagini da rivendere alle case editrici.
Avevo letto qualcosa in rete o su alcune riviste, forse persino in radio, a Deejay, ne avevano parlato. di Luca Bianchini. Uno di quei nomi che non si ricollega subito alla faccia e soprattutto a un qualunque titolo di un suo libro, alla stregua di Fabio Volo: si sa chi è ma storie, libri e trame sembrano tutte uguali e confondibili tra loro.
Luca Bianchini sembrava avere lo stesse destino.
Eppure Bianchini fa parte di una lunghissima tradizione di chiamiamola narrativa semplicistica; non so se è una moda lanciata da qualche editore oppure è sempre esistita, però da ormai un buon quindici anni, ciclicamente, viene riprodotto lo stesso modello di libro. Il massimo esponente è indubbiamente Fabio Volo, ma il fatto che questa moda si stia ampliando a macchia d’olio era preoccupante di per sé a inizio anni 2000, figuriamoci adesso nel 2017 con un abbassamento sostanziale dei modelli e di un italiano che piano piano va a estinguersi.
Da Moccia in poi, Licalzi, Volo, Bianchini e qualche donna sicuramente – purtroppo – stanno seguendo questo esempio che, se uno di questi libri viene drammaticamente regalato a Natale da qualche poco illuminato parente (immaginate la zia, quella che ripete le cose – ma che in fondo ti vuole bene – e che anche di cuore va in una libreria e chiede a un inesperto commesso – per cui vendere libri o calzini non fa nessuna differenza – un consiglio su un libro da regalare alla nipote, e questo dal suo oblio dice: Bianchini!) e a pancia all’aria, ancora freschi dal bagno in mare e appena stesi sull’asciugamano, lo si legge senza nemmeno troppa attenzione, non fa male. Anzi, aiutano persino a esasperare la sensazione di cervello al pascolo e dolcissimo far niente proprio della vacanza.
Il tutto dando per scontato che non sia un vero acquisto come feci io lasciandomi ingannare. No, non è vero: non sono stata ingannata, era un esperimento scientifico su me stessa perché ciclicamente credo di essere soggetta all’acquisto di libri commerciali di successo per cercare di capirne il perché. Non sono più nella fase per cui mi chiedo chi sono, dove sto andando, cosa farò – o almeno non sempre -, ma avere quarant’anni a qualcosa serve.
Ho letto Bianchini anni dopo la pubblicazione di questo libro, credo in concomitanza del film da cui è stato tratto, ossia quello con Riccardo Scamarcio e Laura Chiatti e nel quale appare Alessandra Amoroso che canta.
Ho faticato a leggerlo, come ho faticato con Moccia, Volo e tutti gli altri. Parlarne male sarebbe l’aspetto più semplice e sì, è vero, anche accomodante. C’è qualcosa di malefico nel parlare male del lavoro di qualcuno, una sorta di catalizzatore della rabbia o della mal sopportazione di libri brutti esistenti: ma credo anche, scrivendo anche io, che subire delle recensioni che stroncano il libro, faccia male, malissimo, soprattutto se fatte da persone incompetenti e che non hanno i codici di accesso.
Quindi: il libro di Bianchini ha una struttura? Ha elementi che possano farlo avvicinare a una buona lettura?
Non lo so, però posso dire perché Bianchini ha costruito una sua struttura che permette al lettore, anche e soprattutto quello meno attento e superficiale di proseguire la lettura: perché semplicemente lascia un sospeso alla fine dei capitoli, trova la frase giusta a effetto, ha questa sottilissima capacità di solleticare alla curiosità del e adesso cosa succede?
So solo che mentre lo leggevo mi chiedevo come lui facesse a sapere così esattamente come si vive a Polignano a Mare: ogni frase era un continuo chiedersi come l’autore potesse conoscere i particolari del vivere lì. Come poteva dare l’idea che conoscesse a menadito i ciottoli delle vie, gli scogli, la loro configurazione, l’odore del mare, lo scricchiolio degli scuri sbattuti dal vento della costa? E credo che sia proprio questo il motivo per cui il libro non mi è piaciuto: ogni pagina racconta un luogo che ha un vissuto, una sua storia, una sua anima, e Bianchini di questo vissuto, di questa storia e di questa anima non ne conosce niente. In nessuna pagina io ho avuto l’impressione che Bianchini mi conducesse in un luogo, l’impressione era sempre che mi stesse raccontando una storia che poteva essere ambientata a Polignano come a Camogli, indifferentemente. Non c’era nulla che mi portasse lì, non un odore, non un particolare, nulla.
Io racconto sempre di Rimini e dell’essere donne per questo; se devo raccontare di un luogo perché mi piace senza averlo mai vissuto, a meno che non si sia bravissimi in modo assurdo, si sente l’artificiosità, la superficialità, l’inconsistenza. Anche il ciottolo più sconosciuto di un paese dell’entroterra marchigiano, per dire, ha una sua storia precisa: le persone che lo hanno pestato, chi lo ha messo lì, chi lo ha fabbricato, i materiali che lo compongono eccetera.
Ecco, penso questo.
Poi la storia è quella, non un capolavoro, sicuramente dimenticabile o uno di quei film che passeranno diciotto volte al mese su La7d e un libro che riscapperà fuori in versione natalizia o non so in quanti altri modi.
Però posso dire che Polignano a Mare è un gioiello della Puglia, e posso totalmente capire Bianchini che se ne è innamorato e che ha voluto dedicare e omaggiare il paese in un suo libro.

Giulia 1300 e altri miracoli di Fabio Bartolomei, E/O edizioni.

Il libro figo per eccellenza. Figo nella misura in cui ne traggono un film dal titolo accattivante e ambiguo come “Noi e la Giulia” di uno degli attori più alternativi del panorama cinematografico italiano, Edoardo Leo; figo perché lo vedi in mano agli hipster che se lo leggono nei bar fighi della città; figo perché ti ricorda ciò che tu non sarai mai. Cioè uno figo.
Non mi è ben chiaro perché e percome alcuni volumi si costruiscano questo allure di figume intorno, sarà la copertina, sarà indubbiamente la storia, sarà l’idea di cosa è stata per noi infanti degli anni ’70 e bambini negli anni ’80 un’auto come la Giulia, sarà che immaginare un viaggio in Puglia con un’auto che proprio nuova non è è come quando in autostrada vedi la gente viaggiare su una Due Cavalli e la realtà va a farsi fottere e ti si stampa in testa quell’idea di alternativo che vorresti essere anche tu ma che per quanto possa permettertelo preferisci la tranquillità di un’auto che non si spacca ogni cento chilometri. Non so, ci sono quei binomi tipo auto vintage + viaggio (se poi è in Puglia fa ancora più figo) che automaticamente ti danno la sensazione che sia una roba figa, che vorresti fare anche tu ma che sai perfettamente che non farai mai. Non so perché accada, ma accade. E questi binomi tipo caffè + sigaretta sono quelle robe che ti si piazzano lì e ciao. Per altro è pubblicato dalla e/o che è una casa editrice della madonna, con una scelta raffinata di titoli che alla fine vai a vedere nella tua libreria e alcuni tra i più belli che hai letto e che rientrano nella tua personale top five sono editi proprio da loro. Trovarlo nelle librerie non è scontato, in realtà trovare la e/o non è scontato nelle librerie che frequento io e a Senigallia ne ho trovata una che ho eletto come la mia preferita qui nelle Marche e nella quale andrò d’ora in poi a comprare anche i fumetti ai quali dedica una parete praticamente all’entrata e non nascosta in chissà quali angoli dalle luci basse, una di quelle che in vetrina non tiene Zerocalcare ma Pezzettino, uno dei 49 libri banditi dal sindaco di Venezia Brugnaro, per capirci. Non è scontato trovarlo perché tra un “Amabili resti” della Sebold e un “L’eleganza del riccio” della Muriel, bestsellers e intramontabili libri di una bellezza eterna, guardi quella copertina verde con un certo scetticismo, perché sei sempre più propenso a comprare roba straniera di invece un bel libro italiano e che trasuda italianità con quella Giulia in copertina. Eppure rimani lì titubante con tutti i dubbi che la roba italiana sia appunto italiana, con quello che comporta. Che poi è lo stesso concetto che si usa al cinema: cosa preferisci in una serata sul divano quando sei distrutto dalla giornata lavorativa e incredibilmente hai ancora forza di tenere gli occhi ancora aperti per altre due ore, un film leggero americano oppure un polpettone italiano? Tipo gli Avengers o Il capitale umano? Sarò io stramba, ma a meno che tu per vita abbia scelto la qualità in tutto ciò che fai e che leggi ed è una promessa grossissima da mantenere nei confronti di te stesso, io qualche cagata americana me la sparo volentieri rispetto a uno di quei film che ti lasciano sconvolti e che ti danno da pensare per l’intera notte.
Comunque.
Scritto benissimo, surreale e devastante nel mettere in luce i pregiudizi e ciò per cui si parte sempre prevenuti quando si tratta certi argomenti, alla fine della lettura i miei “Bello, bello, bello.” non sono passati inosservati tra le amiche in spiaggia con me a Sirolo. Non avrei voluto terminarlo al mare, meritava una connotazione diversa, un po’ di respiro nella notte, quel sano senso di piacere che un buon libro lascia permeato tra i pensieri, quelli veri, quotidiani, da conclusione di giornata e propositi migliori per quella dopo e non quelli futili e veloci tra una Settimana Enigmistica e un Dylan Dog comprato la mattina e passato anche a loro. Eppure, quando un libro ti estranea anche da un ambiente vacanziero e ti tiene lì, vuol dire che vale.
Ma particolare consistente nella stesura di queste righe, NON è ambientato nella bella Puglia, ma tra il Lazio e la Campania. A fare i contadini grazie al cazzo, sempre di Sud si tratta, ma anche no. C’è Sud e Sud come per altro c’è Nord e Nord. E non sempre ciò che avviene su è meglio di ciò che accade giù tra luoghi comuni e pugnette. Perché la faccenda Brugnaro è vergognosa per l’Italia, ma la mala sanità è immaginifica del Sud e lì relegata nell’idea generale. Invece no, ed è di questo che affronta il libro, quello sradicare l’idea generale da un luogo preciso, perché se c’è qualcosa che non va, non va ovunque, un ovunque che non ha targhe o accenti.
Libro figo, punto.

Il Giorno più Bello, mio, Rizzoli Lizard.

“Quando scrivo la bozza di questo post, il fumetto lo sto inchiostrando.
Ogni giorno la punta del pennino scivola sulle matite, ogni giorno una tavola dietro l’altra viene terminata nell’attesa di quel bagno di colore che la renderà si spera più potente e bella.
Conoscendomi, il gusto dell’essere imperfetti prenderà il sopravvento confondibilissimo nell’accettazione di un’insoddisfazione cronica che mi porto avanti da milioni di anni. Il pericolo che possa combinare una Mabelata è dietro l’angolo a ogni tratto, ogni segno, ogni sospiro.
Eppure, questi momenti di concretezza sulla carta, l’osservare il prendere forma quelle matite incerte, l’attesa e l’ansia (non è ansia, è l’aspettativa di me su me stessa che so già verrà più che deludente come da copione) sono componenti che ci sono e alle quali credo di dare il giusto peso. Praticamente me ne frego. Però queste giornate immobili, nelle quali fa ancora caldissimo e l’estate non è ancora finita, è stravagante. Non pensi mai che le cose più importanti che stai facendo siano in periodi inimmaginabili, periodi ai qual pensi senza considerarli tipo da punto zero, quello tipo di una rinascita e ripartenza. Capitano così, in mezzo a tantissime altre cose, e poi non hai nemmeno idea del risultato finale.
Vorrei che questi momenti non passassero mai, perché mi sento viva come poche volte, nonostante un libro impegni molto, molto di più di altro; è quel viaggio che ti porta via e ti trascina dove vuole lui. perché poi quando hai le idee chiare inizia a comparire quella foga di volerlo vedere finito. E invece è in questi che c’è quell’esplosione dentro di te e si manifesta una forza che non pensavi di avere.
E poi sei felice, sei felice per la logica usata, per delle trovate che ti danno un’autostima della madonna, per quel senso di affinare il mestiere e iniziare a padroneggiare il linguaggio come mai si era fatto.
Ed è solo tuo, è un film dentro di te inspiegabile agli altri.
Il fumetto è questo qui, “il giorno più bello” e l’ho ambientato in Puglia, la Puglia che io amo.
La Puglia che ho visitato diverse volte, il mio grido disegnato d’amore per una terra che mi ricorda un altro amore, l’Istria.
Era in giornate calde come queste che io e l’Ila scivoliamo sulle rotaie di un treno raggiungendo la Mina e Tomino, che ci aspettavano a San Pietro in Bevagna già da qualche settimana.
Diego non era nemmeno lontanamente immaginabile nelle nostre vite e scriverlo adesso che deve ancora nascere, mi rende felice.
E quei giorni rimangono in foto e ricordi preziosi, attimi nei quali decido che è arrivato il momento di dichiarare il mio amore per la Puglia e celebrarla, a modo mio. Sembra che la mano e il tocco siano magici, in questa calura nelle quali acqua e birra sono le bevande rinfrescanti.
E c’è questa forza che mi sospinge, che mi fa chiudere le giornate incredibilmente soddisfatta, come se mi fossi guadagnata ogni giorno un piccolo premio, che poi si materializza nella concessione dell’ennesima visione di una partita.
Lo chiamano calcio d’agosto, mai amato tanto, forse per il livello delle amichevoli. Niente più, con tutto rispetto, squadrette da serie D o sconosciute compagini di montagna, ma trofei dei più improbabili, tipo l’Audi Cup.
E sono qui.
E ascolto Cesare Cremonini, ‘che oggi mi gira così.
E aspetto che la china si asciughi per continuare e tenermi stretta questa strana forma di magia.
Poco alla volta, riga dopo riga, aggiorno queste frasi, scritte adesso, un adesso che quando le rileggerò pubblicando questo articolo saranno già domani, quel domani che non posso conoscere, quel “domani” così domani.
Vi lascio con qualche tavola, sperando che lo leggiate e che un po’ di quella felicità arrivi anche a voi.”

Lontano, nel tempo.
Diego è nato e ha anche un anno e mezzo buono. È uno di quei bambini che danno la felicità a un suo sguardo, ogni suo gesto o piccola parola che inizia a pronunciare è La Gioia, semplicemente. Diego rimette pace nel mio mondo, penso che devo continuare a scrivere e a raccontare storie anche per lui, lottare o far sentire la mia voce per dargli un futuro o almeno la sensazione di aver fatto qualcosa perché lui trovi un mondo un pochino migliore, se possibile, di come l’ho conosciuto io.
Il fumetto è uscito da ormai un mese.
In questo blog c’è persino una categoria dedicatagli.
Con l’avvicinarsi di aprile e maggio, sarò anche in giro per qualche presentazione e qualche mostra, forse qualche festival.

Eppure, nonostante il mio stato d’animo, penso a quello che non si legge, che rimane tra le righe, ai codici d’accesso necessari per potervi appunto accedere, e scoprire un mondo, tipo una cosa futilissima come il titolo di questo articolo: mi sono sempre piaciuti i titoli mistificanti, quelli che si pensa sia quello, si pensa che si racconti una cosa e invece è l’altra. Ebbene, l’anomalia potrebbe essere il mio fumetto, tra i quattro volumi descritti.
Ecco no, il “più uno” è il libro di Bartolomei, ambientato in Campania.

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