Di cosa parliamo quando parliamo di fumetto

Non ricordo esattamente in quale libreria fossi, e dove; ricordo però chi era con me e che pronunciò questa frase – con un’espressione poco convinta al limite del disgusto -, sfogliando il volume La stanza di Lorenzo Mattotti pubblicato all’epoca, nel 2003, dalla Coconino Press: Io questo genere di fumetto non lo capisco, per me non ha senso, sono solo disegni senza una storia.

SONO – SOLO – DISEGNI – SENZA – UNA – STORIA.

Se si fa una ricerca su Google de La stanza di Mattotti, i risultati sono molteplici e diversi; innanzitutto esiste una nuova ristampa della Logos, nuova relativamente, perché risalente al 2010, e poi un altro volume, sempre del 2010, ma intitolato Stanze, con un costo oggettivamente raddoppiato rispetto al primo, il che importa poco perché li merita tutti.
Ora, entrambi i volumi – la cui unica differenza, prezzo a parte, è la tecnica: il primo a matita e carboncino in un formato 10×21, il secondo in un tripudio di colori accesi – raccontano con una poetica che definirei commovente, il rapporto tra un uomo e una donna. Molto semplicemente.
E lo fa tramite una serie di quelle che potremmo chiamare illustrazioni che, apparentemente, non hanno nulla di sequenziale; eppure, sfogliate e osservate con attenzione, si sovviene alla conclusione che non solo una continuità ce l’hanno, ma anche che sono piccolissimi, quasi impercettibili, momenti di condivisione, di avvicinamento, di contatto, di intimità tra due esseri umani innamorati. Fino al bacio, il momento del prima e del dopo, per poi riscivolare verso un allontanamento, quando lei si alza dal letto e lui rimane solo. E tutto questo, sfogliando le pagine, piano, cullandosi in ogni segno, in ogni prospettiva, in ogni sguardo a volte abbozzato a volte preciso.
Io l’ho trovato meraviglioso, per non dire straordinario. Uno di quei fumetti che sfoglio ancora avidamente e che ogni volta penso: ma che bello! E che regalerei, senza ombra di dubbio.
Ora, o io vivo in un altro universo, o la mia dimensione è parallela a quella che vivono molti qui sul pianeta Terra, ma credo che ci sia molta confusione sul cosa sia il fumetto. Il fumetto come linguaggio, e come tale, come viene interpretato da ognuno di noi che ogni giorno ci cibiamo di storie e di sequenze, immaginandoci mondi e personaggi.

E quindi: di cosa parliamo quando parliamo di fumetto?
Ciò che troverete in rete, sui motori di ricerca, saranno una serie di articoli, post più o meno interessanti, ma con un unico comune denominatore, che poi è il sunto di queste righe: l’interpretazione.
Perché è questo il fumetto: interpretare un linguaggio. Che è malleabile e duttile e che può essere definito e indefinito, figurativo e cubista, a colori o in bianco e nero. Così come si interpreta l’arte.
Vi siete mai chiesti cosa avessero in comune Beato Angelico e Lucio Fontana? Secoli diversi e lontanissimi innegabilmente, mode, abbigliamenti, menti e ideologie sicuramente: ma non vengono annoverati e studiati in storia dell’Arte entrambi?
Ecco, il fumetto fa altrettanto.
Ci sono dei codici, naturalmente, regole diciamo base, ma che possono venire sovvertite in qualunque occasione una volta che si assimilano. Il che poi è vero relativamente. Perché questo è uno dei pochi lavori in cui si cresce costantemente: artisticamente, intimamente, personalmente. Se la crescita fa parte del proprio percorso, se si vuole, si sente, prepotentemente dentro, di dover crescere. Se; perché ci sono autori che, raggiunto il successo, rimangono fedeli al disegno che piace, e continuano così fino alla fine, e a molti di loro non interessa minimamente crescere – non passa loro nemmeno per la testa -.
Gipi e Zerocalcare fanno innegabilmente fumetti, per citare due nomi che hanno quel successo commerciale che permette l’identificazione automatica dei loro lavori, ma sono distanti anni luce, pur essendo contemporanei, nell’interpretazione del linguaggio. E soprattutto, è evidente, il tipo di fumetto e di storie cui piace loro raccontare. Gipi, per esempio, si è evoluto, Zerocalcare no, è rimasto fedele a se stesso da quando pubblica e non è detto che abbia intenzione di sperimentare, di cambiare, o semplicemente il tempo per poterselo permettere. Poi, entra in gioco il gusto. Che è insito in ogni lettore, a prescindere da meriti o meccanismi di sistema.

Mi ci sono arrovellata e continuo ad arrovellarmi sulla domanda.
Chi decide quale cosa sia meritevole di essere definito fumetto?
Qual è il fumetto per eccellenza, allora, per queste persone?
A quale fumetto si guarda come fosse una strana sorta di Bibbia, o forse meglio dire vademecum?
Perché se Mattotti non è fumetto, nemmeno Reviati lo è – e uso Davide perché per come funziona il mondo nella mia testa entrambi fanno parte dello stesso pianeta -. Perché se non si capisce l’arte di Mattotti, non è coerente capire l’arte di Reviati.
Qual è la misura, cosa giustifica la distanza tra quello che non è fumetto e Mattotti – Mattotti che poi, in queste righe, è solo un palliativo, un autore talmente alto da risultare inconfutabile -?
Ecco, non credo ci sia una risposta.
Ci sono dei fumetti che sono diventati dei classici imprescindibili, di quelli come quando entri in libreria e ci sono i classici moderni della Mondadori o i classici classici, e su quelli ovviamente non si discute. Ma è solo il tempo che misurerà la grandezza e l’eternità dei fumetti di oggi? Oggi, tra l’altro, a quali fumetti guarderemo tra vent’anni come capisaldi del fumetto che è stato?
Nella ricerca di cui sopra, alla voce di cosa parliamo quando parliamo di fumetto, la pagina di Google che appare rileva al primo link un articolo uscito su Il Post, relativo a editori, vendite, nomi, abbastanza generico se non ne fai parte ma di quelli da gonfiare il petto se vieni nominato; e poi una serie di articoli dal blog di Roberto Recchioni, curatore di Dylan Dog, che a modo suo, dà nozioni sullo scrivere fumetto popolare, altra definizione che a mio parere dovrebbe inabissarsi insieme a tante altre cose. Ma sempre al punto di partenza, si ritorna: l’interpretazione. Per Il Post quelli sono gli editori, quelle le fonti, più o meno veritiere – e confesso che è da diverso tempo che sono molto prevenuta nei confronti di articoli di questo genere -; per Recchioni è al contrario la sua interpretazione del linguaggio.

Per cui, tornando a quel momento, in quella libreria, con quella persona, molto semplicemente: Mattotti è fumetto? Quel volume 10×21 con quelli che sembrano schizzi a matita di linee a caso è meno fumetto di Gipi o Zerocalcare o un qualunque personaggio Bonelli raccontato da Recchioni?
Lo ripeto: o io vivo in un altro universo, o la mia dimensione è parallela a quella che vivono molti qui sul pianeta Terra, perché a me non sembra meno fumetto l’uno rispetto all’altro. Se mi si parla di gusto, di interpretazione, di competenza artistica, di ideologia, di giardinaggio e di botanica, persino di calcio e magari venezuelano, se ne può discutere, ma che categoricamente La stanza di Mattotti, solo perchè – e sottolineo apparentemente – non ha le nuvolette con le scritte dentro, non significa che non venga raccontata una storia.
Che io abbia il mio gusto e che aspiri a rientrare in un certo modo e mondo di interpretare questo linguaggio che è il mio lavoro, non è un mistero. A me piace un certo tipo di fumetto, sono cresciuta con delle mode e un’idea di avventura che proviene dall’educazione degli anni ’70, per cui Hugo Pratt o le versioni di Gianni De Luca dei romanzi per ragazzi dell’epoca (La freccia nera di Stevenson per esempio), quello è da cui parto sempre, però un Orfani moderno non è meno avventura, è lo specchio dei tempi e di un linguaggio che si evolve.
Mi è capitata una cosa simile con la madre di un ragazzino di 11 anni a cui insegnavo disegno, quando mi chiese consiglio su un classico da fargli leggere, non un fumetto classico, un libro classico, per ragazzi. Io sono sempre dell’idea che, per esempio, prima conosci la Storia poi la insegni, altrimenti stai zitto; alla stessa maniera, prima sai disegnare anatomicamente, cioè conosci le basi, poi puoi disegnare anche astratto; in ultimo, prima ti costruisci una cultura, magari dettata dai gusti e dall’educazione dei genitori, giusta o sbagliata che sia, e poi puoi leggere Wonder. Le proposi Salgari, le proposi Verne, le proposi Mark Twain e Jack London. Mi rispose che era un italiano difficile per il bambino, e che il bambino avrebbe faticato perché costretto a cercare i termini sul dizionario online.
Io ho un serio problema con la coerenza. E il suo opposto. O semplicemente di comprensione. Quindi, nel caso di cui sopra, esattamente, che genere di classico si vorrebbe far leggere a questo bambino, se London, Twain e compagnia bella sono troppo di difficile comprensione? Mi sfugge. O non è un classico, non un classico classico come lo intende il mio universo conosciuto. Anche io al ginnasio mi sono dovuta sorbire quella palla mostruosa dell’Eneide e tradurne alcune parti per imparare quel cazzo di latino che ho anche dimenticato, però non siamo più al liceo classico appunto che se leggevi nei corridoi Orgoglio e pregiudizio della Austen ti guardavano schifati come se avessi in mano una copia di Cioè. Gli anni ’80 sono finiti, d’accordo, ma mai nessuno toglierà dal programma del Liceo Classico l’Eneide perché è di difficile comprensione!
Eneide e latino a parte, dunque, Mattotti è meno fumetto di quello avventuroso – e non importa nemmeno più il genere -?
No.
Credo invece che la persona che disse quella frase, si sia perso molta poesia, e tante storie a fumetti molto belle. Forse, semplicemente, perché non la vede, la poesia, perché non sa che esiste. Probabilmente, è uno di quelli che pensa che il fumetto – una delle sue interpretazioni -, sia quello dell’Eroe di anacronistica memoria, che salva la bella e uccide il cattivo, e che non ha altre declinazioni. La qual cosa non avrebbe nemmeno nulla di male, ma chissà perché ci sono delle storie che con una trama basica come questa vengono fuori capolavori, e altre che sono cagate pazzesche.
Forse che magari, è proprio questa declinazione, questa interpretazione, questa poesia che rende un fumetto, un fumetto?
Forse che magari anche se un fumetto non ha le nuvolette è comunque un fumetto, con una sua sceneggiatura e una sua struttura, e una architettura?

Di cosa parliamo quando parliamo di fumetto.
La frase è presa in prestito dal titolo di una raccolta di racconti – e del racconto principale – di Raymond Carver del 1981, nella sua traduzione italiana stranamente fedele, e cambiando l’ultima parola con fumetto al posto di amore.
Forse, chissà, se sull’amore si scrivono trattati, e sono stati scritti secoli di odi e di poesie, forse anche del fumetto è necessario fare altrettanto.
Il racconto di Carver, a mio parere, non è il racconto per eccellenza che tratta di amore, non sicuramente un dogma o il verbo  assoluto, ma, guarda un po’, credo semplicemente la sua interpretazione di amore, come io ho la mia per il fumetto.

 

 

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