immagina una mattina di sole a nizza: due serie a fumetti che comprerei

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Immagina che.
Immagina una mattina di sole, a Nizza.
Ti svegli, un occhio mezzo aperto e quell’abbraccio caldo del torpore da letto ancora sul corpo, apri la finestra e l’aria fresca e mediterranea di Nizza che soffia piano dentro la camera, sulle lenzuola sfatte e sul tuo pigiama stropicciato addosso.
Caffè obbligatorio con la moka che ti sei portato dall’Italia (perché la mamma ti prepara sempre le cose fondamentali da portarti oltre quando torni nella casa dove sei cresciuta), la scorsa ai siti che ti fanno svegliare lentamente, il secondo caffè, la sigaretta, una scorsa all’oroscopo della Gazza, fino a che l’acqua e il sapone lavano le belle impurità notturne, tocca svegliarsi perché c’è un bel sole e inizia ufficialmente la giornata, c’è questa aria frizzante delle giornate di inizio autunno quando il sole è ancora caldo e non è ancora freddo.
E’ una di quelle mattine in cui il silenzio non è pesante, è un silenzio piacevole, di quelli che riempiono; non come tante mattine in cui accendi la radio e la tieni bassa, senza nemmeno ascoltarla, gracchiante dallo studio e smorzata dai rumori quotidiani.
Sì, andrebbe bene anche il silenzio, ma oggi non lo ascolti, metti un cd e De Andrè canta il suo gioiello Creuza de Ma. Hai voglia di Creuza de Ma, un po’ perché non lo senti da tanto, un po’ perché ci sta troppo bene e un po’ perché uno dei tuoi personaggi nel tuo fumetto nuovo è appassionata di De Andrè. Poi mettici anche che Nizza, alcuni dei suoi angoli ti ricordano la riviera ligure, che la Storia insegna sempre e pensi anche meno male che l’hanno lasciata ai francesi.
Ti guardi allo specchio. Certo, ti dici, oggi disegnerai e magari finisci quella scena di cinque pagine che ti sta facendo penare da una settimana: oggi la senti bene, l’ispirazione, ti si è finalmente creata la giusta successione delle vignette, oggi vai a finire.
Ma non hai subito voglia di metterti al tavolo da disegno. Almeno un paio d’ore al mattino, in questa bella mattina puoi prendertele.
E allora esci: perché ti senti bene con te stessa, ti vesti anche come ti piace vestirti, hai perso un paio di chili e i jeans che ti piacciono tanto ti si chiudono in vita, i capelli finalmente ti stanno come dovrebbero sempre starti (anche se bastano due gocce di pioggia e l’umidità e i tuoi ricci diventano leonini), hai fatto la brava formichina e qualche soldino ce l’hai per goderti la vita, hai finito il fumetto nuovo che è in post produzione, ne hai iniziato subito un altro per non sopperire all’ansia di quello che uscirà e ti sta venendo anche bene, tu così insoddisfatta perenne, insomma ti senti proprio bene, capace di goderti la tua idea di lusso, come non pensare che i soldini che vai a spendere possano incidere sull’economia del mese. Insomma, ti puoi permettere di spendere un centinaio d’euro per i fumetti.
Esci in strada, e sai che il portinaio del palazzo ti ha visto uscire. Jean – Pierre non lo definiresti uno spione, piuttosto uno che controlla, a modo suo certo, opinabile sicuramente, nemmeno tanto discreto, ma una buona anima, niente che rientri nella classica discriminante omologazione del portinaio.
Ma te ne freghi: JP tiene pulito il parcheggio, cura le piante, svuota i bidoni, le scale hanno sempre la cera e sono tutte cose che tu non faresti mai.
Il marciapiede è ancora bagnato dalle pulizie delle strade della notte; il sole in questa strada non sempre arriva ad asciugarle prima delle 10.
Passeggi per quei marciapiedi sotto palazzi così francesi, ti godi quell’aria che avevi sentito dalla finestra e ti lasci baciare da quella brezza. Sono pochi metri dalla stazione di Riquier, passi davanti alla sala da tè turca, passi davanti alla macelleria di Marcel e ti chiedi se prendere il 7 o continuare a camminare.
Magari dopo, al ritorno, quando lo zaino sarà pieno di fumetti e decisamente più pesante.
Vai giù, incroci quel cartello che ogni volta ti fa ribrezzo, quello della piadina con il provolone al posto dello scquacquerone. Cerchi di non pensare a quelle povere persone che mangeranno quella roba, ricordandoti il gusto della sardoncini – radicchio alla Casina del Bosco a Rimini, quella che ti si scioglie in bocca dalla bontà e che, quando tornerai, sicuramente finirà sotto i tuoi denti.
Attraversi e prosegui per il Carrefour, superandolo. Poi l’insegna, quel Tabac che ti piace tanto e Les Gauloises a caratteri cubitali sulle facciate a triangolo di un palazzo tipicamente francese, quel bar – tabacchi che vedi sempre nei film francesi o in quelli americani che provano a dare quello charme nelle loro pellicole, quelli dai tavoli davanti, sotto le tende sulle vetrine, dalle sedie di paglia, i posacenere, le tovaglie e i tovaglioli lasciati lì anche se fuori piove, sui marciapiedi che occupano quasi tutto lo spazio per camminare, quelli alla Amelie per capirci.
Giri a sinistra e in mezzora sei in Place Garibaldi, tagliando per la biblioteca e superando gli uffici a forma di volto tagliato. Non vai verso la Nizza vecchia, verso il parco della Balena in legno e nemmeno verso Place Massena dove c’è il negozio del Nizza e le maglie di Balotelli in vetrina.
No, no, ti fermi molto, molto prima. Dalla parte di un altro quartiere di Nizza, quello che a te piacerebbe scoprire di più, perchè c’è anche il negozio d’arte nel quale quando entri ti senti subito una disegnatrice professionista, quel Le Géant des Beaux – Arts che ti manda le mail con i nuovi arrivi e che, accidenti, ci fosse in Italia un negozio d’arte così… che poi ci sono, nelle grandi città, non certo nei piccoli paesi sulle colline marchigiane. Uno a Rimini sì, c’è, e ha anche belle cose, ma sembra sempre sul punto di chiudere e ogni volta che andavi a comprare le pastiglie dei Lukas ti domandavi se lo avresti trovato aperto la volta successiva.
E sei lì, davanti alla vetrina della fumetteria la cui insegna sembra un manga.
Guardi i fumetti esposti prima di entrare e già pensi che li compreresti tutti, ma hai una lista in testa.
Ormai conosci bene la fumetteria: due vetrine di cui una con la porta in vetro, due piani di cui, quello sotto dedicato ai manga e alle novità, e quello sopra, il tuo preferito, con tutte le case editrici in ordine alfabetico, anche quelle minori.
Ma sai già cosa comprerai: Le Veux Fourneaux, 1, 2 e 3, (il 4 deve ancora uscire) scritto da Wilfrid Lupano e disegnato da Paul Cauuet, e Les Beaux Etés, 1 e 2 (il 3 come sopra), scritto da Zidrou e disegnato da Jordi Lafebre, entrambi editi dalla  èditions Dargaud.
Le Veux Fourneaux narra le storie di tre amici d’infanzia, Antoine, Pierrot e Mimile (ogni tomo è dedicato a ognuno di loro e il 4 sarà per Sophie), ormai ottuagenari e le loro avventure, dal funerale di un loro conoscente a pagliacciate varie alla semplice scena in una brasserie nella quale i cambiamenti sono tali (farine diverse, dimensioni, eccetera) per cui non è più nemmeno facile comprare una baguette, quasi una difficile accettazione del fatto che la vita come la conoscevano è irrimediabilmente cambiata e bisogna sopravvivere, in pratica una sottile, ironica (e crudele se vogliamo) situazione in cui un giorno tutti noi, tra i più fortunati che vedranno il mondo nei loro 80 anni, vivremo. Non lo accetteremo, ne vedremo solo i cambiamenti e, soprattutto, non lo capiremo. Certo, il tutto raccontato con ironia alla francese, i loro modi di dire, una sceneggiatura impeccabile e disegni altrettanto tali. La classica serie di cartonati francesi che non è detto tutti conoscano ma che è stata premiata (il tome 3) ad Angouleme ed è uno dei titoli che in Francia nel 2015 ha sfondato le 100.000 copie.
Les Beaux Etés invece racconta la storia di una famiglia, i Faldérault, padre disegnatore di fumetti, tre figli (quattro nel primo tomo) e una moglie bellina bellina (che nel secondo tomo è incinta della quarta che conosciamo nel primo), c’è un nonno di origine spagnola che ce l’ha con il generale Franco e un cane, che ovviamente gli verrà lasciato alla fine del secondo tomo e trovato in una delle belle estati dei ragazzi, e il cui nome ironicamente sarà, appunto, Franco.
E noi seguiamo questa famiglia, la loro quotidianità, i rituali, i pic – nic, le canzoni, insomma, le loro belle estati. Un po’ come quando eri piccolo e se avevi un padre camperista, fino ai 18 era sempre camper a ogni vacanza.
La particolarità, se così la si vuole chiamare, è che ogni albo è ambientato in un anno preciso, tipo il primo ci racconta la bella estate del 1973, il secondo ci porta nel 1969, il terzo chissà.
E sei lì, immagina di essere lì, a pagare alla cassa, a sorridere e ringraziare il ragazzo con il pizzetto dietro il banco che ti chiede per l’ennesima volta se hai la tessera e tu no, non ce l’hai, compri questi cinque albi, li metti nello zaino ed esci dal negozio.
Immagina di essere contenta, contentissima; la giornata ti sembra perfetta, hai cinque fumetti nuovi da leggere e studiare, e hai voglia di sederti in uno di quei cafè, al sole, con una birra e un paio di sigarette e almeno sfogliarli, ‘che solo a casa riesci a leggere concentrata. E magari ci scriverai anche un post nel tuo blog.
Immagina che sia andata così, immaginatelo bene. Perché questo non è mai accaduto.
Almeno non così.

L’ultima volta che sono stata a Nizza era per una serie di motivi e uno di questi era totalmente scollegato dai fumetti: me ne andavo con Ila e Leo a vedere Islanda – Inghilterra, ottavo di finale di Euro 2016, su un autobus stracolmo di tifosi inglesi che hanno continuato imperterriti a cantare a squarciagola cori da stadio per tutto il tragitto da Place Massena e per tutti i quasi dieci chilometri a piedi per arrivare allo stadio. Naturalmente, avendo comprato i biglietti a luglio del 2015, non potevamo certo sapere che non solo l’Italia avrebbe partecipato, ma che si sarebbe giocato il suo, di quarto, proprio quel giorno, e per di più con la Spagna.
Esultammo al gol di Pellè mentre camminavamo, vestiti con la maglia azzurra (io quella del basket, Ila la mia di calcio che le avevo prestato, Leo la sua del rugby) mentre un islandese ci domandava candido, in inglese: cosa ci fate qui? e per dirla tutta anche giustamente.
Non eravamo nemmeno gli unici italiani; un ragazzo molto più folcloristico di noi urlò un Italia!! alzando le braccia al cielo che tagliò le maglie blu degli islandesi, con cui per altro ci confondevamo benissimo, e quelle bianche e rosse degli inglesi.
Certo fu anni luce lontano dai fumetti applaudire e osservare rapiti e in religioso calcistico silenzio quella Geysersound a fine gara, dopo un papera di Joe Hart che regalò uno dei quarti di finali più improbabili della storia di un Europeo (Francia – Islanda con goleada dei francesi).
A ogni modo, proprio a calcio tentava di giocare mio nipote con il suo amico Antonie al parco sulla collina di Nizza est, con risultanti non esattamente confortanti dopo tutte le ripetizioni che gli avevo dato, ma come si dice sono bambini; così, seduta con Ila su un telo sotto una quercia, fumavo, e leggevo i fumetti comprati chiacchierando in un francese che definire terribile è un complimento, con i genitori di Antonie, Letizia e Brice.
Quella vacanza fu edificante: mi liberò da una serie di nubi che esistevano solo nella mia testa e preconcetti che si hanno quasi sempre vedendo un mondo lontano da noi che per logistica non si può vivere. Per esempio, i francesi, o almeno quelli che ho incontrato io, non odiano affatto gli italiani parlando di calcio, anzi, tifano per noi: a vederla dall’Italia, una cosa del genere, è odio allo stato puro, e invece quando ci vedevano con la maglia azzurra ci sorridevano, ci dicevano Forza Italia, insomma scene piacevolmente sorprendenti e molto, molto civili. O forse, quando si tratta di calcio, ambito e ambiente in cui se sei tifoso vengono fuori le peggio cose (non io naturalmente, basta guardare Twitter con l’hashtag di una qualsiasi partita del campionato e leggere gli insulti e i commenti gratuiti), dovrei avere più fiducia nel genere umano.
E me ne stavo con i miei fumetti, che, tra una pausa e l’altra, sfogliavo incuriosita.
Perché avevo comprato proprio queste due serie?
Les Vieux Fourneaux personalmente perché inizio ad avere i capelli bianchi; gli anziani mi hanno sempre affascinato perché sono testimoni di anni nei quali o io non c’ero ancora o ero troppo piccola per capire qualunque cosa, e perché un giorno sarò anziana anche io e non so bene quale tipo di lascito lascerò: non certo quei famosi rimedi della nonna, non certo ricette particolari, non certo il dialetto, non certo tante, tante cose che invece ancora oggi gli anziani ci possono lasciare. Forse, essendo sarcastici, racconterò degli ultimi che in Italia hanno ricevuto una pensione, ma ho solo quarant’anni e per quanto affascinanti, al momento, ritengo che gli anziani siano ancora “solo” incubatori di grandi storie sconosciute e che meritano di essere raccontate e non ancora compagni di vita, o di carte al bar.
C’è una tavola bellissima, in uno dei tre tomi di Les Vieux Fourneaux: quella in cui i tre amici sono ai limiti di una staccionata e guardano il panorama di una vallata, ora completamente edificata, nella prima striscia; le loro espressioni, nella seconda; e infine, nella terza, i tre (a colori) che si voltano verso le loro biciclette e loro stessi bambini, (in grigio), mentre scavalcano quella staccionata e si involano verso la vallata nella quale spiccano solo una desolata casetta dispersa nella selva e una stradina di campagna sterrata.
Non sarò anche io così, quando guarderò un panorama che non riconoscerò più?
Già mi capita con il Milan, e sono passati appena vent’anni, figuriamoci altro.
Les Beaux Etés perché mi ricorda l’estate, mi ricorda le vacanze, e mi ricorda quelle di quando ero bambina. Ultimamente poi sono affascinata da fumetti e libri stagionali, quelli cioè nei quali è ben definito il periodo, forse per immedesimazione, o forse perché quando parli di estate, si ha sempre un ricordo o una vacanza che ti riporta indietro e la sensazione può essere comune a quella del fumetto. E poi perché mi ricorda un libro che ho letto qualche tempo fa, quel Mi piaci così di Gungui ambientato sempre in estate e che sarebbe stato uno dei libri che avrei voluto leggere quando avevo 16 anni.
Certo, in Les Beaux Etés c’è anche l’immedesimazione con Pierre, il padre, che prima di partire per qualunque viaggio, deve sempre finire il fumetto che sta disegnando, e credo che solo noi disegnatori possiamo capire quanto ci stia sulle palle lasciare una storia che ci sta scorrendo prepotentemente dentro e doverla interrompere forzatamente.
E ancora, proprio di viaggio si tratta e da che il mondo letterario ha pagine e pagine da leggere, la narrativa, i film, i fumetti, quelli che parlano di viaggio sono sempre interessanti, perché la vita stessa è un viaggio e il viaggio ha il sapore della salsedine che respiri dal finestrino sporgendoti dalla Renault 4, del vento che ti scorre tra i capelli, della baia e dalla lingua di sabbia chiusa dalle rocce e dalla pineta. A tale proposito, in Les Beaux Etés c’è una vignetta, semplicemente splendida, che mi ha riportato immediatamente a una spiaggia della Croazia. Ero in Istria, a Kamenjak, al parco naturale di Premantura, e sopra una spiaggia simile c’era un bar, arredato con divani il legno e sacchi di iuta e costruito seguendo un’architettura naturale a terrazza. Ecco, quella vignetta nel tomo 2, mi ha riportato tempestivamente a quel giorno a Kamenjak, a quel sale sulla pelle bruciata, a quella terra rossa istriana, ai miei pantaloncini da calcio del Rimini che indossavo quel giorno, alle birre fresche bevute sotto l’ombra fresca della pineta e alle foto di quella vacanza salvate da qualche parte nel computer. Ricordo persino il libro che stavo leggendo quel giorno!, Dave Eggers, L’opera struggente di un formidabile genio.
Ognuno ha un suo ricordo, ognuno ha qualcosa per cui l’estate è quella stagione dei ricordi che non torneranno più, e questo fumetto te lo fomenta, ti riporta a quell’immagine preziosa che conservi in te. E che vorresti conservare per sempre.
Se c’è una roba che mi fa impazzire dei francesi, o almeno di questo tipo di prodotto, è che sono l’essenza di un bel fumetto, piacevole, fatto bene, dalla sceneggiatura semplice ma rasente la perfezione (nei tempi, nei ritmi, nei silenzi, negli spazi bianchi) e dai disegni notevoli. Nel loro essere “classico” (54 pagine tassative, un tipo di disegno propriamente francese, di morbidezza nel tratto e caricaturale a volte), riescono sempre a dare l’idea di aria nuova. Lupano e Zidrou non sono matusa e Lafebre e Cauuet sono disegnatori che se non hanno la mia età ci si avvicinano, dal basso. Quindi, la sempre intrigante sensazione che in Francia fare fumetti sia non dico più semplice ma, guardandola da fuori, ci sia l’illusione che il ricambio sia almeno più veloce che in Italia.
Ma non credo sia oro tutto quello che luccica.

E quindi, su quel prato, ciacolavo a gesti con i genitori di Antonie.
Letizia e Brice sono due lettori di fumetti: lei delle serie al femminile seguendo la sua sensibilità, Brice quelle tipo spy stories con gente che si spara addosso e, ovviamente, il figlio non ne è esente con più serie per la sua età. A mio nipote (e gli ho regalato anche un tomo) legge Le Légendaires e Le Légendaires Origines per esempio, che poi io appena sfogliato gli abbia ripetutamente chiesto se veramente gli piaceva, pagando schifata, è un’altra storia.
Quindi uno pensa che essendo lettore di fumetto possa conoscere quello che piace a me e invece, altra nube fugata, Letizia e Brice non sapevano chi fosse Cyril Pedrosa per esempio, o Pascal Rabaté, Manu Larcenet, e non avevamo mai visto i fumetti che avevo lì con me che dal mio punto di vista sono tipo le basi della conoscenza.
E’ vero, è una delle regole base per eccellenza: non tutti conoscono tutto e a non tutti piace quello che piace a me. Ma c’è un però.
Ho scoperto, parlandoci, che quello che arriva a noi, in Italia, non è che sia poi così conosciuto, o meglio, mi spiego: si ha sempre la sensazione che siccome da noi sono autori a cui si dedicano premi e mostre e che vendono presumibilmente molte copie continuando a pubblicarli, in Francia sia altrettanto; probabilmente, nell’ambiente di nicchia del fumetto che comunque è tale anche in Francia, sì, lo sono; ma io sono sempre molto incuriosita dal pubblico, da lettori come Letizia e Brice, perché sono i reali consumatori, sono i reali lettori, quelli che, insospettabili, dedicano un tot di soldi della loro economia familiare all’acquisto di fumetti, sono coloro che muovono il mercato. Nel senso che in Francia, esistono anche biblioteche che ci danno due giri, e sono fornitissime, soprattutto a livello di fumetti per ragazzi; della serie entri in una loro biblioteca e ti sembra di essere nella più specializzata libreria e fumetteria per ragazzi; ed è quindi facile e più semplice fruire della biblioteca che chiede un abbonamento annuale dal costo ridicolo per altro che non comprare. Ecco perché Letizia e Brice sono gli acquirenti migliori, loro comprano. Non esageratamente, ma comprano.
Letizia peraltro è insegnante, al che io, con le convinzioni da fumettista italiana che guarda alla Francia come l’eden, le chiedo quanta educazione c’è nelle scuole per appunto educare i ragazzi a leggere in generale ma soprattutto a leggere fumetti, non foss’altro per la strabiliante produzione che mi pare evidente. E anche qui, nubi dissolte, la sua risposta è la meno che mi sarei aspettata.
Io insegno disegno ai bambini, dai 10 ai 13 anni. Nelle mie lezioni tento di educarli, e attenzione, uso la parola educazione proprio perché leggere è qualcosa che si impara a fare, come tutto, soprattutto a quell’età. E mi sorprende che a scuola facciano leggere libri scollegati dai periodi storici che insegnano e che non ci siano programmi mirati a dare agli studenti la possibilità di capire e di vedere la bellezza dell’arte, della crescita intima, personale ed esistenziale quando si legge, quando si leggono anche fumetti. Ma essendo in Italia ci si fa il callo, si cercano vie meno ufficiali, come è la scuola, per provare a educarli e a dare loro una prospettiva diversa e culturalmente alta.
Da Letizia mi aspetto una risposta che mi faccia sentire piccola piccola per il livello della nostra scuola, e invece, sorprendentemente, mi dice che non è rose e fiori nemmeno lì da loro, che educano poco e la lettura di fumetti viene portata nelle scuole solo da qualche insegnante illuminato, che poi è ciò che accade anche qui da noi. Per cui, la leggenda che in Francia si legge di più è innegabilmente vera dati alla mano, ma non così culturalmente alta come vogliono farci credere.
Letizia però, da persona gentile e curiosa di imparare sempre cose nuove e che non conosce, si segna i titoli dei fumetti che le ho raccontato, i nomi degli autori che io ritengo interessanti (e, vabbè’, spera che anche i miei fumetti un giorno possano essere tradotti in francese affinché possa leggerli a sua volta). Il che è paradossale, a pensarci bene: io, italiana, consiglio a una francese i fumetti francesi da leggere, che è poi come se lei mi avesse consigliato Manuele Fior o Mattotti o Marino Neri o Davide Reviati.
Diamo per scontato tantissime cose solo perché ce ne parlano tanto, e quando poi vai a toccare con mano la realtà di chi i fumetti li compra e li legge, nella misura in cui Letizia e Brice sono due normalissime persone che tengono alla loro cultura, scopri che è totalmente diverso da quello che immagini e che, di fatto, dai per scontato.

Piove.
L’estate è irrimediabilmente finita e i primi raffreddamenti non tardano ad arrivare, sistemandomi sul divano sotto una coperta calda e tè e tisane ustionanti da bere.
Jonathan Safran Foer mi annoia da morire, così, nello sforzo delle mie residue forze da malata, vado nello studio e, dalla libreria, prendo quei tomi.
Me li sfoglio, li rileggo, li studio.
Il giorno dopo, sono al tavolo da disegno, con i miei fumetti a lato, che mi ispirano e mi stimolano per fare meglio il mio.

(la tavola di cui sopra da Les Vieux Fourneaux)

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(la vignetta che mi ricorda una spiaggia di Kamenjak a Premantura, in Istria)

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(una metà tavola da Les Beaux Etes in cui la famiglia Faldérault canta e viaggia sulla loro Renault 4)

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(tutte le immagini sono prese da internet e dal facebook di Jordi Lafebre perché non avevo voglia di fare foto)

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