tipo recensione de “L’opera struggente di un formidabile genio” di Dave Eggers come potrebbe scriverla lui

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I

LO VEDETE? LO VEDETE QUEL QUADRATINO LASSU’ CHE SPUNTA SOPRA LA MIA SPALLA DESTRA? spunta così, in una prospettiva che non avrei mai pensato riuscisse, un po’ perché non sapevo affatto che ci stavano immortalando, un po’ perché non pensavo che si vedesse che stavo leggendo un libro su un materassino a mollo fino alla pancia nell’acqua trasparente dell’insenatura di Portic, una spiaggia del parco naturale di Kamenjak in Istria. Kamenjak è praticamente la punta dell’Istria, disabitata, e l’ultimo paese è Prematura per cui molti confondono quel triangolo bucolico con lo stesso nome. Io sono quella seduta e più o meno galleggiante sul materassino azzurro, con indosso il mio costume rosso che ovviamente non è di quelli che compri abbinati. Credo di essere una campionessa nello sport del dividere costumi abbinati. Li spezzo sempre, e probabilmente l’ultima volta che ne ho portato uno così come la casa madre lo aveva cucito, è stato quando ancora mia mamma mi guardava a vista in spiaggia a Rimini. Poi, con la consapevolezza e il crescere è stato l’oblio. Il decidere e la libertà di potersi vestire da sola mi hanno portato a indossare ancora oggi, all’alba dei quaranta, la salopette e le espadrillas, chiaramente per immensa gioia della mamma.
Eccomi lì, piena di protezione solare dopo aver fatto il bagno e con i capelli ancora bagnati, rientrare tranquillamente in acqua nel mio dolce far niente se non quello di aver voglia di continuare la lettura de “L’opera struggente di un formidabile genio” di Dave Eggers. A fine giornata, ero viola.
Siamo in Istria dal sabato prima, e quella domenica decidiamo di andare a Kamenjak. Io e l’Ila, di solito, preferiamo la spiaggia di scogli proprio sulla punta, ma quel giorno c’era un vento molto forte e onde molto alte. Impossibile fare il bagno e impossibile persino riuscire a giocare a briscola con le Piacentine. Che poi al Pelino le ho chiesto perché, da marchigiana, ha comprato le Piacentine, che, voglio dire, la Romagna è lì, a un’ora da dove abitiamo noi, e io sono abituata alle Romagnole della Del Negro e, con le altre, ho bisogno di un paio di partite di rodaggio.
“Le regalavano alla Coop.” ha sibilato.
All’entrata del parco di Kamenjak si paga l’ingresso, una cosa ridicola come tipo cinque euro convertite dalle Kune, e ti danno la pubblicità del nuovissimo IstraPark, una sorta di Aquafan che non ha nulla però del popolo riccionese che lo frequenta, e un sacchetto dell’immondizia. La vegetazione intorno, specialmente uscite dalla pineta, è completamente coperta di polvere. A prima vista, sembra una vegetazione secca, ma a guardarla bene è rigogliosa e perennemente a rischio incendio, ma soprattutto beige, quasi bianca a occhi nudi privi dello schermo delle lenti scure degli occhiali da sole. La via d’ingresso è una sola e a destra e a sinistra, sempre ancora nella pineta nella quale si va ai 20 chilometri all’ora per il sentiero sconnesso, si intravedono già auto parcheggiate sotto i pini e scorci di un blu da togliere il fiato. poi si arriva a un y che a sua volta ha altri sentieri che portano alle altre spiagge. Alla y si incontra un palo in legno con le indicazioni con i nome delle spiagge. Sono quei pali in legno che in luoghi come a Manjarin lungo il Cammino di Santiago di fronte al rifugio templare di Tomas, diventano leggendari, con la scritta in bianco Santiago 222 km, i chilometri che ti mancano. O il mio primo così l’ho visto in spiaggia a Rimini, per il Paganello, il mondiale di freesbee che ogni anno sotto Pasqua popola la città della mia infanzia, nella quale puntualmente piove proprio in quel periodo. Scegliamo, dopo aver visionato la lingua di scogli battuta dal vento obliquo dal mare aperto, quella di Portic che non avevo ancora visto. E’ un angolo di paradiso incontaminato, le cui fronde degli alberi si sporgono fin sui sassi regalando angoli di ombra inaspettati, anche se la pineta si riempie presto e i turisti sono così attrezzati che non è inusuale dribblare amache montate tra un fusto e l’altro. Ha quell’aria da campeggio marittimo che rammenta la Puglia, specialmente Porto Selvaggio.
Dunque, eccomi lì, avida di lettura e febbre da Eggers. Carte da briscola, le Piacentine bleah e Settimana Enigmistica. Ed Eggers.
L’ho già detto che a fine giornata ero viola?

II

DEVO FARLO ADESSO. Devo farlo adesso prima che la lettura si impolveri passando in un angolo della mia memoria. Sì, no, perché poi succede che sparisce lentamente, o meglio, evapora piano piano e la sensazione di aver letto un bel libro rimane l’unica ricorrente nel tempo. Cioè, certo, essendo la lettura fresca, le situazioni raccontate sono ancora nella mia testa, ma è un niente che vengano accantonate per far posto a un nuovo volume che puntualmente, dopo una bella avventura, non è all’altezza del precedente e anche qualora fosse piacevole ed estivo, perde quasi totalmente il fascino che di solito ha aprire una storia nuova e tuffarcisi dentro. Oppure si va sul sicuro e si cambia genere, un fumetto come “Portugal” di Cyril Pedrosa per esempio. Fa talmente male riporlo in quella parte della mia libreria dei librichestannodavanti, ossia quelli che meritano di essere visibili e non finire dietro tra altri assolutamente dimenticabili, talmente dimenticabili da non volerli nemmeno più vedere, lasciandoli alle ragnatele, che non vorrei mai staccarmene. Fa male, staccarsene, davvero. Quando poi ti fa venire voglia di averne ancora di più, di volerne leggere ancora, ecco, come metro di misura credo sia il massimo per un autore: aver voglia di fuggire subito in libreria e rifornirsi di altre opere dello stesso scrittore, per non rimanerne mai sprovvisti quando l’urgenza prepotente della sua lettura, cresce imperante dentro se stessi. E poi sento la necessità di scrivere queste righe per liberarmi, per poterlo felicemente mettere da parte rimanendone sempre legata per tornare a leggere altro, per liberarmi la mente, come un’onda la cui risacca la fa più grossa e finalmente si infrange sugli scogli per ritirarsi serena e innocua.
Il libro è ancora lì, sul comodino. Nella mia unica settimana di ferie in Istria, è stato il suo, il libro che mi sono portata in vacanza. Capita, suppongo, che i libri che si portano con sé, diventino poi parte integrante delle immagini e dei ricordi di certi istanti, o di quel mare, o di quelle spiagge. Il romanzo di Dave Eggers è stato il mio.
Toph è cresciuto, è diventato un ragazzino di quattordici anni quando Dave ci lascia con quel finalmente, finalmente, finalmente, forse un po’ troppo affrettato rispetto a ciò che si legge fino a quel momento. Beth si è laureata e fa il tirocinio in un prestigioso studio di avvocati, mentre San Francisco scorre nelle sue spiagge e tra le sue salite e discese, e il suo sole perenne che quasi la Chicago triste e fredda dei primi capitoli è un lascito così forte come la vita che Dave e Toph nella loro utilitaria rossa si lasciano alle spalle verso quel cambio radicale racchiusa nei capitoli successivi. C’è un distacco totale, tra l’esistenza a Chicago e quella a San Francisco, freddo e caldo, ma anche tra gli stessi Dave e Toph. Vuoi loro bene, fino a mancarti. E quel che è peggio (che poi è uno degli aspetti più straordinari nel vivere un libro), è che ne vorresti di più, perché non ti stancano mai. Sono allegri, sono tristi, e tu sei con loro, passeggiando con loro, per quasi 370 pagine.
Il prologo stesso è di una genialità bizzarra. Perché mai avrei bisogno di regolamenti e suggerimenti per apprezzare al meglio questo libro? E del disegnino della spillatrice, ne vogliamo parlare? C’è poi questo passaggio che l’autore stesso ammette di aver escluso che già di per sé è una storia.
Dice, se riuscite a leggere considerato che per ovvie ragioni non potrei riportarlo:

pag. 187: …Ma vedi, al liceo ho fatto un serie di quadri che ritraevano i membri della mia famiglia. Il primo era di Toph, da una foto che io stesso avevo scattato. Dato che per quel compito ci avevano chiesto di usare la quadrettatura, il dipinto, a tempera, risultò perfetto. Era incredibilmente somigliante. Gli altri riuscirono altrettanto bene. Ne feci uno di Bill, ma la faccia era troppo rigida, gli occhi troppo scuri, e i capelli arruffati, un po’ alla Giulio Cesare, cosa che non rispondeva per nulla alla realtà. Anche il dipinto di Beth, ricavato da una foto che la ritraeva nel suo vestito per il ballo delle debuttanti, era tutto sfasato, per cui mollai quasi subito. Quello di mamma e papà, preso da una vecchia depositava, li mostrava in barca, in una giornata grigia. la mamma occupa la maggior parte dell’immagine. e guarda dritto nell’obbiettivo, mentre il viso di mio padre è visibile da dietro la spalla di lei, a prua della barca, di profilo, inconsapevole del fatto che veniva scattata una foto. Anche in questo caso fu un disastro. Non riuscii a farli per nulla somiglianti. Quando videro il dipinto, lo disprezzarono e basta. Bill era furibondo, quando il suo venne esposto alla biblioteca pubblica. “Ma è legale?” chiese a mio padre. “Ha il diritto di farlo? Sembro un mostro!” In effetti aveva ragione. Era davvero mostruoso. Per cui, quando Ricky mi chiese di fare un ritratto di suo padre, io esitai, dato che ero rimasto così spesso frustrato dai miei limiti e dalla mia incapacità di ricreare la figura di qualcuno senza distorcerla orribilmente. A Ricky però dissi di sì, per rispetto, in un certo senso entusiasta all’idea che mi avesse fatto l’onore di commissionarmi un dipinto commemorativo. Mi procurò un ritratto fotografico in bianco e nero, sul quale lavorai per settimane e settimane, di fino. Quando ebbi concluso, la somiglianza mi parve incontestabile. Chiesi a Ricky di venirmi a trovare nell’aula di arte della scuola perché il dipinto era pronto. Dopo qualche giorno lui finì di mangiare prima del solito e venne. Io presi il dipinto e lo girai verso di lui, con ampio gesto e un immenso orgoglio, pronto a illuminarmi insieme a lui alla sua vista.
Invece disse:
“Oh. Oh. Non era esattamente come me lo aspettavo. Non è…come me l’aspettavo.”
Quindi lasciò l’aula e anche il ritratto.

Non è stupendo?
Il fatto è che questo giochetto consente di entrare dentro al libro, senza che ce ne si renda conto, anche se di primo acchito la sensazione è di non star capendo cosa si stia leggendo, ma si continua, si continua per curiosità, suppongo, per la scrittura fluida (e buona la traduzione nonostante diversi refusi) e apparentemente semplice ma che, al contrario, è strutturatissima. Persino i momenti ilari e la visionaria immaginazione di Dave è spumeggiante, a volte così demenziale che quasi non credevo a ciò che stavo leggendo, ma l’ho trovato molto vicino a quello che ogni tanto passa dall’anticamera del mio cervello.
“L’opera struggente di un formidabile genio” campeggiava abbandonato NELLA pila dei libricheungiornoleggerò. Stava lì, serafico, aspettando il suo momento, quella settimana nella quale io lo avrei apprezzato così tanto da non poterne più fare a meno. E da farmi diventare Eggers uno di quegli autori a cui essere fedele. Credo di averlo comprato più di due lustri fa. Ero al centro commerciale, alle Befane di Rimini e tra i suoi corridoi e i milioni di metri quadri di negozi e bar, c’è questa libreria attentissima nella scelta dei titoli, ben disposti, ben visibili, molti scontati e ben separati da quelli prettamente commerciali. Che io ricordi, era gestita da due ragazzi di una magrezza filiforme, mori, con un modo di vestire hipster prima che la definizione hipster fosse sinonimo di qualcosa che poi è diventato molto confuso, della serie che se un ragazzo ha la barba voluminosa è automaticamente un hipster e non viene considerata la possibilità che possa essere una moda magari temporanea. Mi è sempre piaciuto comprare libri lì, tradendo per una volta la mia libreria preferita in assoluto in centro, e questo fu uno dei miei acquisti in una delle mie puntate cartadicreditoallamanosenzaguardarequantospendo.
Non so perché questo romanzo abbia aspettato tanto prima di essere vissuto. So solo che, qualche giorno prima di partire, dopo aver terminato un’altra lettura che mi aveva lasciato un animo inquieto, avevo bisogno di qualcosa di americano. Il mio qualcosa di americano è una panacea inesauribile, ecco perché ho sempre qualche riserva NELLA pila: Eggers era perfetto. E non l’avrei mai creduto, perché sono sempre piuttosto prevenuta, finanche scettica, nei confronti di quei libri che sbancano, di quei libri che nel periodo di maggior successo sono in ogni classifica dei critici e sulla bocca di tutti, tranne che delle signore che vanno il sabato pomeriggio dalla parrucchiera, di quei libri di cui si parla nei salotti letterari e, infine, di quei libri, soprattutto se d’esordio, che fanno il botto al primo colpo. La metà delle volte, nonostante siano passati milioni di anni dall’acquisto e ne siano passati altrettanti per la lettura, mi sono dovuta ricredere, fortunatamente, altre quei libri sono finiti nella parte dietro, nell’oblio della mia libreria. Non sarà il caso di questo.

III

IO GLIELO AVEVO DETTO CHE LE PIANTE STAVANO MEGLIO DI SOTTO. Io non ho il pollice verde. Al contrario, tra le mie mani, una pianta muore ancora da seme, senza nemmeno sforzarsi di far spuntare una piccola, microscopica punta di verde. All’Ila invece piace curare le piante. Le ultime arrivate sono girasoli e fiorellini non meglio identificati regalo di battesimo di un’amica e che crescono copiosamente. Crescono talmente velocemente che mi fanno impressione. E se finiamo invase? E se fosse un rampicante e ci soffocasse nel sonno?
Mio padre. Mio padre, lui sì che ha il pollice verde. Riesce a far resuscitare anche le piante che sembrano andate definitivamente. Quella volta del limone fu straordinaria. Da un anno all’altro, quel vaso il cui fusto stecchito aveva un colore innaturale e la cui terra quando fumavo di nascosto sul balcone era diventata il mio personale posacenere, una primavera la riscoprii verde brillante. Quando nacquero i primi due limoni, piccoli e verdi, il babbo sorrideva orgoglioso mascherando la sua soddisfazione mentre fumava anche lui e usava come posacenere la terra di un altro vaso il cui contenuto probabilmente era un’altra pianta morta a cui dare di nuovo vita in un delirio di onnipotenza. Io no, non sono capace. Così, quando io e l’Ila siamo partite per l’Istria abbiamo lasciato le piantine da basso, accanto all’entrata del condominio. Le poverette avevano patito un caldo allucinante sul balcone della cucina, sembravano sempre più di là che di qua, spesso dalle foglie gialle e disidratate. Il basilico poi era talmente sfatto che arrivammo persino a considerarlo malato. Quindi fu una sorpresa notevole scoprire tornando a casa che là sotto, all’angolo dell’ingresso, affacciate su un corridoio di corrente fresco e non sempre bagnate dal sole, erano rinvigorite quasi a stentare nel riconoscerle. Il basilico aveva fatto delle foglie di un verde come se ne vedono solo nelle pubblicità con il basilico finto. Ma l’Ila le aveva comunque riportate sul balcone della cucina sul quale avevano patito per tutta l’estate per quanto le avessi detto già allora che secondo me era meglio lasciarle lì.
A ogni modo io lo so perché una parte di me non è capace con le piante. Non ne sono sicura al cento per cento naturalmente ma è la spiegazione più plausibile che mi sono data. Quando ero piccola al cinema o in televisione trasmettevano film come “Magic” o “Howard il papero” sulla scia di quegli effetti speciali per cui pupazzi e robe simili venivano usati come massima espressione nonostante “Guerre Stellari” fosse già uscito, insomma film che a prescindere da commedie o thriller psicologici avevano questi pupazzi che se eri un bambino facilmente impressionabile te li portavi dietro anche da adulto. Uno di questi film che oggi vengono chiamati B – movie aveva questa pianta che all’inizio del film è tanto piccola e carina e poi nel corso della pellicola, avendo come unico amico il coprotagonista impotente e succube della pianta stessa, fa razzia e mangia chiunque le capiti a tiro, dagli amici di lui a tra un po’ anche noi, crescendo e diventando mastodontica. Non ricordo come finisce, ma questa cosa della pianta carnivora, da allora, mi è sempre rimasta quando ne osservo una. Il fatto poi che le filosofie orientali insegnino che anche le piante hanno un anima non mi aiuta affatto e i film di Miyazaki lo confermano, soprattutto “La Principessa Mononoke” nella cui foresta probabilmente sarei rimasta secca in tre nanosecondi. Quindi, basilico, mi stai guardando così perché non ti piacciono i miei pantaloncini del Milan? Come se questo non fosse bastato, gli studi artistici mi hanno portato ad analizzare dipinti come per esempio “Il monaco in riva al mare” di Caspar David Friedrich in cui la finitezza umana è sovrastata dalla potenza incommensurabile e irrefrenabile della natura. Una puntura di un’ape sempre quando ero piccola mi aveva già aperto gli occhi su una conclusione che doveva solo prendere forma e voce, e cioè che natura e insetti e tutto ciò che era campagna erano qualcosa da cui stare alla larga e lasciar stare e per cui io accettavo la loro esistenza ma lontani da me.
Due giorni dopo dal nostro ritorno, osservando le piante riportate di sopra e nuovamente straziate, dico all’Ila:
“Secondo me stavano meglio di sotto.”
Lei le osserva a sua volta e dal balcone le porta in salotto con il risultato che ogni centimetro quadrato dei mobili era pieno di vasi e non c’era nemmeno uno striminzito spazio per appoggiare un bicchiere sul comodino accanto al divano.
Quattro giorni dopo, sento alzarsi la tapparella che dà sul balcone, girare la chiave nella toppa del portone di casa, l’eco di infradito nella tromba delle scale salire e scendere diverse volte e quando mi alzo dalla scrivania per capire cosa fosse tutto quel movimento e arrivando in salotto e vedendo di nuovo i mobili, guardo l’Ila senza nemmeno bisogno di proferire parola. Le aveva riportate giù. E sono ancora lì, verdi e per l’ennesima volta risorte.

Adesso sono io che scrivo, cioè lo ero anche prima, forzando e omaggiando trasversalmente e finendola con questo strampalato esperimento dal risultato disastroso parafrasando il suo stile e distante anni luce dalla maestosità della sua scrittura, “L’opera struggente di un formidabile genio” è un libro bellissimo, struggente e pazzo, e che merita di stare nella parte davanti di qualunque libreria. Alcuni critici lo hanno definito noioso in alcune parti, convenendo su quel certo non so che di bellezza e un accurata furbizia nella scelta di un titolo così diretto e che rimane subito impresso, ma, appunto, sono critici. Dopo questo esordio con il botto, Eggers è diventato uno di quegli autori per cui qualunque suo nuovo libro era messo sotto la lente di ingrandimento per celebrarlo o declassarlo, e nel frattempo lui, assolutamente incurante del vocio e del trambusto che il suo successo aveva scatenato, ha tirato dritto per la sua strada, continuando a scrivere e ritirandosi ancora di più in un’assenza mediatica che per i tempi che corrono si può definire avanguardia pura. La sua McSweeney’s da semplice rivista è diventata anche casa editrice e ha scritto almeno altri otto libri, tra romanzi e racconti, tra i quali l’ultimo “Il Cerchio” (qui nella bella recensione dei Junkers) ha ovviamente alzato un polverone che non chiarisce le qualità della nuova opera e come al solito c’è chi lo apprezza e chi lo silura.
Non so quale sarà il prossimo libro di Eggers che comprerò, ma so che ho ancora sete, ho ancora voglia di leggerne ancora, qualunque cosa voglia raccontarmi.

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