Germania – Francia 1 – 1 (5 – 4 ai rigori): bonjour tristesse

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La piazzetta dove c’è la libreria, la metà dei riminesi non sa nemmeno che abbia un nome. Io per prima ci ho messo anni a impararlo, curiosando per altro su una mappa quando ancora non esisteva Google Maps. Per tutti era la piazzetta del Black Cock o della Creperia o quella dove c’è Benvenuti. poi Benvenuti, la merceria, si è trasferita, ma questi sono futili dettagli. Come per esempio comprenderla nel giro di locali intorno alla Vecchia Pescheria.
La piazzetta dove c’è la libreria è una di quelle piazzette da città piccola, da borgo felliniano, per quanto per chi è nato in questi borghi è quotidiano vederlo e viverlo così e sorprendersi di quanto un aggettivo abbia creato un’idea ben precisa nell’immaginario collettivo di ciò che si intende quando una parte di città viene definita così.
La piazzetta dove c’è la libreria ha tra le sue quattro mura che la chiudono – e tre piccole stradine pedonali che la collegano ad altre vie – un bar con i tavolini fuori sul ciottolato per sedersi dopo l’acquisto di un libro o fare colazione, ha un panificio, ha una farmacia omeopatica, ha una tipo galleria d’arte, ha un orafo. È un angolo bellissimo di Rimini
e la libreria è quella dove a me piace comprare libri.
Nella mia fase francese – reo un articolo di una terza pagina di un quotidiano di tanti anni fa -, mi vi recai cercando “Bonjour tristesse” di Francoise Sagan. Il libraio, uno di quelli vecchia scuola che conosce e cura i suoi libri come fossero figli preziosi – e allo stesso modo i clienti -, mi disse che l’edizione ristampata avrebbe dovuto ordinarla ma, indagando con domande mirate, mi disse anche che aveva in casa l’edizione del 1956, quella della Longanesi & C., quella stampata all’epoca dopo il botto del successo del libro in Francia. Mi prese la copia originale e me la fece sfogliare, le pagine ingiallite, un disegno abbastanza brutto sulla copertina con le alette, il prezzo di 700 lire, tutto molto datato, vintage diremmo. Gli chiesi, a mia volta indagando, se davvero i clienti preferissero il nuovo a quella bellezza e scoprii una nuova branca di nicchia: sì, molti lettori non amavano le edizioni originali dei libri e preferivano comprare quelle recenti. Lo comprai subito e credo di averci anche guadagnato spendendo meno di quello che mi sarebbe costata quella nuova, di edizione.
Sorvolando sul romanzo che oggi forse come tematica è sdoganata (ma che a metà degli anni ’50 fu più che mai clamoroso muovendo dibattiti a cui partecipavano persino Camus e Sartre), la Sagan legò in un qualche modo il suo nome a quel Buongiorno che divenne un marchio di fabbrica, come quando scrivendo per la rivista Elle (e dopo la visione de I Vitellini di Fellini affascinata dalla gioventù riminese) iniziò a viaggiare per l’Italia pubblicando le sue “cartoline” da titoli tipo Buongiorno Capri, Buongiorno Venezia, Buongiorno vattelappesca.

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Vedendo le lacrime di Claire Lavogez, abbracciata paternamente da Philippe Bergeroo dopo il rigore paratole dalla Angerer, ho pensato a come si sarebbe sentita la mattina dopo e il buongiorno tristezza mi è uscito automatico. Certo, il tweet successivo ai ringraziamenti subito dopo la sconfitta della Boulleau, la vede sorridere in un selfie e cinguettare cose tipo andiamo avanti che la vita è troppo bella per abbattersi, il che lascia intuire che l’hanno digerita o hanno preferito non farla diventare un caso nazionale nel loro piccolo, non foss’altro perché più di 5 milioni di persone in Francia hanno seguito la partita (4,1 con punte di 5,3, la trasmissione più vista oltralpe) e non foss’altro perché, nonostante la crescita e le buone prospettive del calcio francese, la sensazione di gigantesca occasione persa aleggia perennemente. Persino nel pre partita di USA – Germania il rammarico è venuto fuori su Femme2Foot, la sezione di calcio femminile di EuroSport Francia, ed è plausibilissimo, perché questa Francia era davvero forte e c’è la preoccupazione che difficilmente negli anni a seguire si abbia una nazionale così competitiva.
Germania – Francia è una partita bellissima, giocata a ritmi pazzeschi e con una Francia straripante che solo la mancanza di precisione sotto porta ha impedito di chiudere la gara nel primo tempo e, soprattutto, una Angerer per cui ho finalmente capito perché abbia tutta questa considerazione. Che poi la Necib abbia segnato nel secondo è per la teoria per cui dai che ti dai una palla prima o poi entra (magari mai, ma la speranza è sempre l’ultima a morire), peccato che poi le francesi preferiscano contenere piuttosto che dare la mazzata ma è anche vero che hanno corso come matte e mantenere quell’agonismo è complicato perché la benzina a un certo punto finisce.

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E così, la Majri, la sostituta della Boulleau che si è infortunata nel riscaldamento – ma tira tira qualcosa intorno al ginocchio destro ha ceduto tanto che contro la Colombia era scesa in campo con una vistosa fasciatura -, fa fallo di mano in area e la Sasic si inginocchia urlando la sua grinta dopo aver spiazzato la Bouhaddi.

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Supplementari e rigori: Francia a casa, mentre la Germania a continuare a sognare.

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Ma c’è un ma.
Gli occhi e le espressioni della Silvia Neid per tutta la partita non sono quelli di un’allenatrice che sta guardando una squadra a posto: sembrano quelli di una a cui ha dato delle medicine per tamponare qualcosa nella sua creatura stupenda. E infatti, contro gli Stati Uniti è crollata miseramente e la Neid non ha potuto più nascondere nulla.
La Germania è una nazionale forte nella misura in cui è anche debole quando manca di, chiamiamola, concentrazione (anche se non ho individuato cosa sia): sembra vada in corto circuito, corono corrono corrono e non risolvono niente. Tatticamente e tecnicamente la Germania non si discute ma accade qualcosa, sempre, già dal secondo tempo con la Norvegia, un calo prepotente e inspiegabile. Con la Francia che domina, non riesce quasi mai a essere la Germania devastante che si è vista in questo Canada 2015.
Le ragazze francesi quando tornano in patria trovano all’aeroporto un tifo da stadio, gente che le applaude e le ringrazia del sogno vissuto: le fermano per i selfie, stringono loro le mani e hanno parole confortevoli. L’accoglienza del ritorno lava le lacrime della Lavogez per quell’occasione grande sfuggita per una Francia che sì, poteva davvero ambire al massimo successo nella prima volta della sua storia. E non sarebbe stato scandaloso, ma meritatissimo.
Sì, queste ragazze se lo sarebbero meritato.

(le foto sono tutte sfocatamente mie dallo schermo del Mac con l’Iphone)

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