piero dall’agnol e il suo impeccabile stile

Dylan & Groucho - Piero Dall'Agnol

Una parola abusata – e il cui significato è stato più volte stravolto abbinandolo a qualunque stato che sia di stampo religioso o calcistico -, è fede.
Le prime righe cliccando Wikipedia la descrivono così: la fede è definibile come l’adesione a un messaggio o un annuncio fondata sull’accettazione di una realtà invisibile, la quale non risulta cioè immediatamente evidente, e viene quindi accolta come vera nonostante l’oscurità che l’avvolge.
La fede consiste pertanto nel «ritenere possibile» quel che ancora non si è sperimentato o non si conosce personalmente.
Ho amato il disegno di Piero Dall’Agnol fin dal primo albo di Dylan Dog che gli venne commissionato e continuo ad amarlo oggi come allora. Perché ritengo possibile che possa sperimentare ancora e accetto la realtà invisibile, quella che mi permette di definire Arte l’impeccabile stile di Dall’Agnol.

Per Dall’Agnol provo quell’amore e quella fede che mi permette di tifare il mio Milan anche se gioca malissimo, anche se i fasti di un tempo sono lontanissimi – cosa che peraltro concede il lusso di avere una pazienza quasi inesauribile perché il milan degli Invincibili è stata una roba che non si è mai vista e sarà per sempre eterna ed è doveroso accettare che non torneranno più e al contrario ritenersi fortunati di averlo vissuto, di esserci stati fisicamente lì in quegli stadi, di aver conosciuto dal vivo van Basten e di averlo davvero visto giocare. e io l’ho fatto e ne sono straorgogliosa, invece di scoprirlo tramite i filmati di youtube o i documentari sportivi, perché non eravate lì, non vi ricordate l’odore, i colori, il tifo assordante, il freddo pungente sugli spalti. io sì, lo ricordo ancora vividamente, oggi come venticinque anni fa quando le scale di san siro le salivo e respiravo quell’atmosfera – e anche se mai finisse in Serie B.
Allo stesso modo, io c’ero quando vidi per la prima volta i disegni di dall’agnol e comprai quel primo numero della collezione originale di Dylan Dog, il numero 34 intitolato “Il buio”, io c’ero e non ho avuto bisogno di ricercarlo nelle fiere o scoprirlo e viverlo dopo.
Avete la più pallida idea di cosa io stia parlando?
Vivere il momento nell’esatto istante in cui accade. È Storia, e ne si fa pienamente parte.
È simile alla sensazione che provo quando Lorenzo, al corso di fumetti a Gatteo, si appassiona per le giocate di Tevez, che per carità è un giocatore mostruoso, ma non c’era quando giocava Platini, non ha idea di chi fosse Scirea se non per sentito dire, e Baresi e Maldini li ha visti solo in tv in filmati d’altri tempi. E mi viene da sorridere. Immagino si possa chiamare saggezza e riconoscerne le differenze tra ciò che è stato e ciò che è. O, semplicemente, vecchiaia.
Piero Dall’Agnol è un disegnatore di fumetti, nato blablabla cresciuto blablabla autodidatta blablabla. di lui si sa poco, ma quello che si sa, e cioè che disegna fumetti, è l’unica cosa importante da sapere. Èd è un grande disegnatore di fumetti. Uno di quelli di cui non si parla spesso ma che scaldano il cuore. E se c’è una cosa che mi manda ai matti è non riconoscere la sua grandezza nell’esatto momento in cui avviene – alla Gianni De Luca per intenderci -.
La sua carriera si è espressa principalmente per la Sergio Bonelli Editore, disegnando soprattutto Dylan Dog e passando anche ad altri personaggi, come Nick Raider e Julia nelle omonime testate, ma credo sia su Dylan Dog che la sua evoluzione si è accentuata e mostrata, diventando quella che è. Un segno fresco quello che esordiva sul numero 34 (una storia che ho ancora paura a prendere in mano e che non voglio mai più rileggere perché non mi fa dormire la notte), un bianco e nero netto, deciso, che strizzava l’occhiolino a Manara.

Poi è accaduto qualcosa.
Praticamente scomparso dalla testata (ricordo un articolo che asseriva una grave malattia agli occhi che ne aveva rallentato la produzione, ma non l’ho più trovato pur cercandolo molto in internet indi ritengo fosse una cattiveria di quelle proprio brutte), ritorna nel tanto chiacchierato “nuovo ciclo”.
Siccome soprattutto tu, Pulcino, che te ne stai dall’altra parte del mondo con problematiche ben più complicate di quelle che vivo io nella beata italia, non è sicuramente una tua priorità conoscere cosa accade nel piccolo mondo dei fumetti, te lo spiego io.
È successo questo: la Sergio Bonelli Editore è la casa editrice di Tex, Dylan Dog, Julia, Nathan Never eccetera eccetera, di quel fumetto chiamato popolare (e vabbè’, si potrebbero aprire discussioni infinite nell’ambiente) che si compra in edicola.
Nel corso degli anni, Dylan Dog ha subito trasformazioni, nel senso che nacque come una serie davvero innovativa, con significati che andavano a scavare nella realtà degli ultimi anni ’80 e inizi dei ’90, roba che spessissimo faceva male leggere perché entrava dentro e siccome già si fa fatica a guardarsi allo specchio ogni mattina figurati se anche un fumetto doveva creare quell’angoscia che quotidianamente si viveva, e fu una di quelle serie che hanno scosso il mondo del fumetto.
Bella bella fino a che, come ogni azienda che cerca di fare bene, ha avuto un periodo di stallo fino a quella crisi economica alla quale oggi si attaccano tutti che è diventata una scusa alla pari di quando si bestemmia e se la si prende con dio quando bisognerebbe guardarsi davvero allo specchio e, risolutamente, arrotolarsi le maniche e le meningi per rimediare. Così, in Bonelli, cambiano curatore della testata e chiamano un giovanotto, un fumettaro di quelli tosti e con una gavetta di tutto rispetto, il cui nome solo a nominarlo provoca sempre una conseguenza nell’ambiente. A te dice talmente poco laggiù tra Bolivia e Perù che se lo conosci o meno ti frega talmente poco che, se fossi dove sei tu, anche a me, fregherebbe meno del portare a casa la pagnotta ogni sera, quindi sappi che è un personaggio particolare. annuncia cambiamenti, annuncia una serie di cose che creano immancabilmente un’aspettativa forte e figurati che persino io, che dylandogghiana non sono mai stata, sono ritornata in edicola a comprare le serie Bonelli, cosa che non facevo da quando ha smesso van Basten di giocare. Però l’ho sempre seguito, seguivo i miei disegnatori preferiti e via, continuavo con il mio percorso artistico.
Le polemiche nascono da questo “nuovo ciclo” fase 1 e fase 2 annunciato. polemiche che continuano a susseguirsi, per quanto sia passato quasi un anno e mezzo, perché la tanto chiacchierata fase 2 fatica a destarsi.
Da una parte c’è lo zoccolo duro dei lettori che sono assolutamente refrattari ai cambiamenti e dall’altra il resto del mondo. Oltre a questo, la scelta dei disegnatori del nuovo ciclo fase 2 (invece che percepirne il respiro nuovo e uno svecchiamento che dalla Bonelli non ci si sarebbe mai aspettato) fa chiacchierare altrettanto, con degli scivoloni da parte degli accusatori che viene davvero da pensare che non abbiano niente di meglio da fare.
Tipo, un albo disegnato dal mio adorato Dall’Agnol. Non perdere tempo a sbirciare, tu sì che hai di meglio da fare, te lo dico io, delle robe e di un’ineleganza che non si può guardare. Cattiverie gratuite espresse con una libertà disarmante e feroce, che fanno malissimo: mi si stringe il cuore per lui. E insomma, quindi siamo in questo momento in cui ogni numero di Dylan Dog è celebrato o accusato su una base di semplice gusto. Solo che, come in ogni mondo, ci sono le caste di chi sta da una parte e di chi sta dall’altra ed è tutto un casino e bisogna stare attenti a ciò che si dice. Vorrei essere con te quando vedo queste cose e spegnere tutto, davvero. Robe di un’inutilità che svilisce.
Comunque.
È vero, l’albo numero 342 “Il cuore degli uomini” presenta un Dall’Agnol diversissimo da quello conosciuto su quel numero 34, però, che cazzo, chi se ne frega. Tanto a me piace lo stesso. Tanto che, all’ultima Lucca C&G, l’edizione del 2014, c’era una mostra con tavole originali di questo “nuovo ciclo” e c’era anche qualcosa di Dall’Agnol.
Ebbene, per quanto ci fossero robine belle belle davvero intorno a me, ho osservato quei disegni cercando di conservarne ogni dettaglio, immagazzinandolo per ricordarlo il più a lungo possibile.
Per me, erano semplicemente bellissime.
Diverse, ma ne riconoscevo il sudore, lo strazio, la felicità, il vissuto di quella gestazione.
Forse perché è anche il mio lavoro, ogni tavola è una nuova avventura e una sensazione sempre altalenante, e magari riesco a osservare oltre quei segni.
Ma per me, erano bellissime.
Mi sono sentita come quando guardi da lontano un vecchio amore che hai quasi dimenticato ma che non si è mai sopito e quando lo ritrovi davanti scoppia come allora, nel cuore, e capisci di averlo sempre amato.
Ecco.
Non credo sia difficile capire che chi fa questo lavoro è soggetto a una crescita artistica che condiziona le proprie giornate, ne condiziona l’umore, ne condiziona persino la percezione di ciò che c’è intorno.
Non è facile, non è facile crescere e vivere le tavole; è qualcosa che scatta dentro e Dall’Agnol la sta vivendo pienamente, confrontandosi con se stesso, combattendo con se stesso, vincendo e perdendo ogni secondo in cui impiega a tracciare una linea con la matita; ogni segno è un lanciarsi da un burrone senza paracadute e non c’è soluzione o rimedio per questo. è un flusso vitale, è una prepotenza che necessita di uscire e va assecondata.
Questo è vivere il proprio lavoro.
E Dall’Agnol non sta facendo altro che seguirlo, perché ne ha bisogno come l’aria che gli serve per respirare.
Io lo trovo affascinante tutto questo percorso, è vitale, è puro ossigeno.
È la vita.
E chi critica il disegno di Dall’Agnol, purtroppo, non ha la minima idea di cosa questo significhi.
E poi è come se io infamassi l’adidas perché mi fa cagare la maglia del Milan, tipo.

Piero Dall’Agnol disegna il numero 34 intitolato “Il buio”.
Acerbo, chiaro, un bianco e nero preciso che, come sopra, strizza l’occhiolino a Manara.
È il 1989, la storia fa paura e investiga uno dei terrori che i ragazzi si portano dietro e dentro per tutta la vita, cioè la paura del buio, che poi non passa realmente mai.

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Il numero 45 “Goblin” del 1990 è una delle robe più belle che abbia mai letto.
I disegni iniziano a scaldarsi, un po’ come se Dall’Agnol fosse un diesel che sta chiarendo dentro di se la direzione da prendere.
Le linee che nel numero 34 a prima vista potevano essere dure, iniziano ad ammorbidirsi e il gioco di un bianco e nero netto crea atmosfere bellissime, le prospettive sono efficaci e il volto di Dylan Dog acquista sicurezza nella mano di Dall’Agnol.
La storia parla di vivisezione e di tante altre cose perché, essendo Sclavi il curatore, lo sfondo filosofico e il mettere in luce argomenti lontanissimi dalla realtà quotidiana sono aspetti che non sono mai mancati e sui quali mette il tarlo con domande anche a se stessi che incentiva la ricerca e l’approfondimento.
La cura che Dall’Agnol ha per i comprimari e il loro abbigliamento denota un dettaglio spesso sottovalutato, come l’osservare costantemente il mondo fuori dalla finestra e il trasformarlo in fruizione dell’ambiente disegnato.
Uno dei numeri più belli di Dylan Dog di sempre.

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I numeri 55 “La mummia”, il numero 69 “Caccia alle streghe”, l’82 “Lontano dalla luce” usciti tra il 1991 e 1994 sono i numeri della conferma, quel genere di numeri nei quali arrivi ad avere il tuo disegnatore preferito e ogni sua storia disegnata è gioia e giubilo per i tuoi occhi di allora adolescente che scopre, e legge, e inizia a erudirsi oltre i confini scolastici.
Belle storie e bei disegni come spesso pensavo all’epoca nella mia personalissima costante ricerca del bello in funzione della qualità.

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Da “la mummia”
                                                                                                               dylandog-lontanodallaluce

Da “lontano dalla luce”

Il 98 “Lo sguardo di satana” del 1995 lo perdo in pieno, van Basten ha smesso di giocare, io ho vent’anni e vivo a Milano.
Mi perdo in pieno anche il numero 122 “Il confine” del novembre 1996, e chissà cosa avessi in testa.
Con il senno di poi: semplicemente vent’anni, è la risposta.
Ve li ricordate ancora i vostri?
Spice Girls permettendo o forse l’addio al calcio giocato di van Basten ha avuto un effetto scioccante più profondo di quello che io avessi mai creduto, un po’ alla Jason di “Halloween” tipo ma senza massacrare nessuno, se non me stessa.
In quegli anni avevo smesso da tempo di comprare i fumetti Bonelli, la vita prende strade che pensi possano essere quelle giuste, per poi svegliarsi un giorno e capire quanto tempo prezioso si è perso.
Di conseguenza a quel periodo travolgente e stravolgente, non mi interesso nemmeno più del numero 186 “L’uomo nero” del 2002, del numero 213 “L’uccisore di streghe” del 2004, del numero 247 “Tutti gli amori di Sally” del 2007 e del numero 326 “Sulla pelle” del 2013.
Per arrivare al numero 342 il già citato “Il cuore degli uomini” ma a questo punto mi sono svegliata e sono ritornata dopo una latitanza peggiore di quella di Dall’Agnol, che a guardare gli albi e gli anni di pubblicazione non sono poi così lontani tra loro e al contrario c’è una certa costanza considerato che Dall’Agnol ha lavorato anche ad altre testate.
Lo ritrovo impreciso, sporco, abbozzato, ma a osservarlo attentamente non lo è.
È l’apoteosi di un tratto e di una sintesi che è un terremoto, di un bianco e nero meno netti, ma efficaci ugualmente. Sembra quasi che perda il controllo in alcuni punti, come Tetsuo di “Akira” che cerca di soffocare la trasformazione del suo braccio, sembra quasi che in lui ci sia davvero questo terremoto e ci consente di vederlo.
E mi domando: solo io ne vedo la bellezza?
E chissà poi quanto dovevano essere belle le tavole originali della mezza tinta.
Lo ritrovo in alcuni particolari, nei volti morbidi, i suoi, impeccabilmente suoi, quelli per cui riconosceresti che è Dall’Agnol anche a occhi chiusi.
Forse sto davvero invecchiando, perché una volta non lo avrei accettato, un cambiamento così radicale e poi, come la formula calcistica gol sbagliato gol subito, è capitato anche a me di provare sulla mia pelle il terremoto che prova Piero.
Quello di cambiare.
O di evolversi.
Perché c’è un radicata scuola si pensiero che pensa che i disegnatori Bonelli non possano mai cambiare, mai evolversi: al massimo disegnare peggio di come ce li si ricordava. Il che è sbagliatissimo.
Gianni De Luca cosa avrebbe dovuto dire allora? – pubblicava per le Edizioni Paoline, “Il Giornalino” era forse la rivista che più strizzava l’occhio alla Chiesa dai ’90 in poi fino a rasentare il bigottismo più puro, tranne appunto quando vi pubblicava De Luca che con il direttore dell’epoca cercò di sterzare bruscamente da quella direzione, ma sempre Paoline rimanevano -,?
E l’ho ritrovato, ho ritrovato il mio Piero Dall’Agnol.
E l’ho ritrovato che mi piace, mi piace, mi piace, mi piace, mi piace.
E mi piace.

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Una mezza pagina da “Il cuore degli uomini”

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Sopra, la vignetta originale sempre da “Il cuore degli uomini” e presa dalla pagina ufficiale di Facebook di Dylan Dog e, sotto, com’è sull’albo uscito in edicola

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Ecco.
La lista dovrebbe esserci tutta, ma essendo io me stessa, potrebbe mancare qualche titolo.
C’è un cielo azzurro da togliere il fiato, il sole splende caldo e osservo i riminesi che inforcano le biciclette e si godono l’aria frizzante del lungomare.
Sto partendo e tornerò a giugno, e la testa sta andando seriamente al viaggio che affronterò. Affronto il mio secondo Cammino di Santiago, e lo percorrerò tutto. O almeno ci provo.
So poche cose in questa vita, ma so che Piero Dall’agnol è uno dei miei disegnatori preferiti.
E voi, bambini di tutto il mondo, voi stoici che mi leggete, dovreste ormai averlo capito che se scrivo di qualcosa è perché vado di pancia e perché, per me, ne vale la pena. non scrivo queste righe perché sono una leccaculo o devo ingraziarmi chissà chi.
Non mi importa, francamente.
Anche perché seguo il mio percorso e non sempre coincide con ciò che c’è intorno.
Faticherò di più e male che vada torno a fare un lavoro come lo intendono i miei, perché non mi manca niente.
Posso camminare a testa alta.
E so che mi sveglierò ogni mattina, fino a che mi è concesso, con una storia che ho voglia di raccontare e disegnare.
E so che seguirò Piero Dall’Agnol con quella fede con cui tifo Milan.
Sempre.

(Le foto storte e sfocate ovviamente sono mie, quelle belle sono prese da internet e dalla pagina ufficiale facebook di dylan dog e il titolo è un omaggio parafrasato dal libro “Oscar Firmian e il suo impeccabile stile” di Enrico Brizzi nell’edizione che ho io della Baldini&Castoldi) 

 

 

 

 

 

4 Comments

  • locco

    Dall Agnol é 7n genio, un vero disegnatore nell senso piu artistico della parla. Io che la mudanza di stilo si deve piu a la sua malatia degli ochi o qualsia la roba che una evoluzione artistica. Ancora si vede la genialità, perche Poero dall Agnol é un vero artista ma chi ha sufrito un accidente, forse alla Django Reinhardt.

  • Jacopo

    Mi sorprende leggere il tuo trattato su dall’agnol, Pensavo di essere l’unico al mondo ad aver fatto un cosi’ attento e maniacale percorso di osservazione ed ammirazione di questo disegnatore. Mi rendo conto dunque di non essere pazzo e che qualcunaltro si fissa come e piu di me su certe cose… Condivido molto in maniera quasi coincidente la tua esperienza, da quando notai dall’agnol nel suo primo numero. Non ho smesso di osservarlo con curiosita’ e notare l’ascesa vertiginosa del suo tratto che dalla prima prova ancora leggeremente acerba alla maturazione del tratto che si raffinava di albo in albo. A un certo punto non ce l’ho piu’ fatta. L’ho cercato sull’elenco telefonico e sono andato a casa sua a conoscerlo presentandomi a casa sua senza preavviso una sera. Avevo 16 o 17 anni credo. apri’ la porta, scalzo, sigaretta in bocca, capelli lunghi… Ricordo ancora l’impressione di quella sera come fosse ieri. Stava disegnando “caccia alle streghe”, dove mostrava un ulteriore scarto stilistico in avanti. Gli studi per quelle tavole formato gigante mi restarono impressi. Viveva con la sua ragazza. Una bella ragazza dai capelli corti, che poi riconobbi ritratta in uno dei suoi albi successivi “lontano dalla luce”. Ebbene da allora iniziai a rompergli gentilmente le scatole, facendomi vivo nella sua vita ogni tanto in quegli anni. Poi la mia vita cambia, prende altre pieghe, perdo di vista dylan e dall’agnol. Dopo anni recupero gli altri numeri della sua carriera e ne seguo l’evoluzione del tratto. Dylan e dall’agnol rientrano nuovamente tra i miei interessi maniacali. Non capisco che e’ successo al suo tratto. Come te, non lo riconosco piu’ ma mi attrae fortemente. Anzi a guardare bene lo riconosco nelle inquadrature e in qualcosa di indefinibile. Cosi’ decido di rifarmi vivo dopo 20 anni e lo cerco. Beh, mi sto dilungando troppo… Non ti interessera’ certo sta storia folle. Se invece poi ti dovesse interessare, beh, fammelo sapere e ti racconto come continua…
    Comunque mi ha fatto piacere navigandona caso trovare la tua dettagliatissima recensione e capire che non sono l’unico fissato!
    Jacopo

    • mabel

      Ciao Jacopo.
      Grazie per la risposta, è pure una gran bella risposta. E sì, mi interessa molto, il resto della storia.
      A presto.
      Mabel

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